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Home  /  Spigolatura Romana
Categoria1__Notizie
Data__18/12/2012
Data__2012
DataModifica__19/12/2012

Le "Madonnelle stradaiole" testimoni da secoli della vita di Roma

Madonna con Bambino e S Filippo Neri - via del Pellegrino

Chi di noi non si è imbattuto passeggiando per i vicoli o le strade meno trafficate di Roma nella vista improvvisa su un muro o agli angoli di un palazzo storico di una Madonna dipinta sotto un baldacchino? Le “madonnelle stradarole”, così vengono chiamate a Roma le edicole sacre, sono il simbolo e, al tempo stesso, la testimonianza di una religiosità popolare, di strada e di quartiere, e più in generale di un modo di vivere la città.

 

A volte hanno avuto un’importanza così alta al punto da essere trasferite all’interno delle basiliche per essere onorate in modo ufficiale e da tutta la città, come la Madonna di Strada Cupa, un’edicola che stava ai piedi del Gianicolo, trasferita nel 1625 nella basilica di Santa Maria in Trastevere in una cappella costruita appositamente a riconoscimento dei molti miracoli che aveva compiuto.


Le edicole romane rappresentano un’immagine sacra, prima fra tutte Maria, principale protettrice dei cristiani e mediatrice presso suo figlio Gesù, ritratto come il Salvatore. Proprio nella più antica edicola rimasta nel cuore di Roma, in via dei Cappellari, risalente al secolo XIV, è raffigurata una Crocefissione e la figura del Salvatore è presente anche in altre, mentre il soggetto più diffuso è quello della Madonna della Pietà o la Madonna Addolorata o le Madonne con il bambino. Le immagini sono contenute in una forma che può essere un semplice medaglione con cornici a stucco, decorato al massimo con qualche nastro, alle forme più complesse dove sono presenti pilastri, cherubini e putti, ecc., che insieme – in epoca barocca – davano vita a composizioni spettacolari e scenografiche. Altro elemento che caratterizza le edicole sacre romane è il baldacchino, realizzato quasi sempre in metallo a forma di tenda e a spicchi, arricchito da un orlo a frange e fiocchi.


«Credo che prima ancora del sentimento religioso – scrive Giuseppe De Fiori ne “Le vie di Roma – Le edicole sacre” (Bonsignori Editore) – sia stata la necessità di illuminare gli angoli bui di una Roma rinascimentale violenta, popolata di agguati ed assassinii, a porre sui cantoni dei palazzi, ai crocevia delle strade strette e malsicure, un lume, che forse proprio perché destinato alla Madonna, veniva rispettato più di un semplice lampione».

 

Edicola con la figura di S Pietro sul prospetto di porta S Paolo


Questo perché l’edicola si pone al centro di uno spazio che non è solo sacro, ma anche profano all’interno del quale assume un valore proprio rispetto al rione, trasformando situazioni potenzialmente critiche, luoghi di passaggio o di “margine”, in uno spazio sicuro, svolgendo così una funzione di salvaguardia dell’ordine costituito. Non a caso le edicole si trovano ai confini tra rioni e agli incroci, luoghi che era necessario proteggere, quasi che l’uomo avesse bisogno di consacrare la città per difenderla dai pericoli interni ed esterni. Come scrive lo storico Francesco Pitocco «le edicole romane acquistano il loro valore proprio dal rapporto con il loro “bacino d’utenza” culturale, rione o quartiere che sia; rapporto vissuto privatamente dai singoli, ma anche gestito e organizzato collettivamente da confraternite o congregazioni varie, prima fra tutte quella di San Filippo Neri, che segnano nelle immagini votive il segni del possesso di un’area della città, al contributo da famiglie aristocratiche, al decoro urbano, attraverso la collocazione di una madonnella sul palazzo o sulla chiesa familiare» (“Le vie di Roma – Le edicole sacre”).


Chi veniva in visita a Roma non poteva non rimanerne colpito. Il filosofo e scrittore francese Ernest Renan scriveva al suo amico Marcelin Barthelot in una lettera del 1849: «Dopo un quarto d’ora che camminate per Roma siete subito rapiti dalle tante immagini che si accumulano prodigiosamente: quadri, statue, chiese, monasteri, dovunque, ma non vi riscontrate mai niente di banale o di volgare: ovunque c’è invece la presenza dell’ideale». Le edicole sacre non sono solo una testimonianza religiosa, dunque, ma anche un prezioso documento di arredo urbano dalla fattura preziosa, avvolte da un alone di romanticismo che ci riporta al passato e all’identità romana anche se oggi, travolte da un caos che non apparteneva alle loro origini, spesso non si notano, rischiando di smarrire un’identità collettiva.


La loro origine si fa risalire addirittura alla Roma di Servio Tullio, sesto re di Roma (578 a.C. – 539 a.C.), nate con la funzione di proteggere le regioni e i quartieri in cui era stata suddivisa. Erano molte e “gestite” da corporazioni religiose che celebravano riti propiziatori e organizzavano feste, anche per gli schiavi, e giochi. Al tempo di Augusto erano 265 e sotto Costantino 423. «I compita Larum (così si chiamavano le edicole sacre dei romani antichi) – scrive Laura Cardilli ne “Le vie di Roma – Le edicole sacre” – erano costituiti da piccoli recinti dapprima a cielo aperto con ingressi a seconda delle strade al cui intersecarsi si trovavano, con sedili per gli offerenti, che ospitavano presso l’ara l’immagine della divinità, i devoti vi appendevano per offerta vari oggetti che consentivano tra l’altro di effettuare il censimento della popolazione sia schiava che libera».

 

Edicola Mariana in piazza dell'Orologio angolo via del Governo Vecchio


Il trascorrere dei secoli non ha cancellato usi e riti che si consumavano ai piedi delle madonnelle, tutt’altro. Essi sono sopravvissuti in maniera persistente in epoche diverse e lontane tra loro. È il caso di molte edicole, soprattutto rinascimentali, realizzate secondo i canoni classici come l’“edicola di ponte” di Antonio di Sangallo il Giovane per l’edificio in via dei Coronari-angolo vicolo Domizio e affrescata con L’Incoronazione della vergine da Perin del Vaga o l’edicola nei pressi del crocevia della via Appia con il vicolo della Caffarella, fatta costruire a pianta circolare alla fine del Cinquecento dal cardinale inglese Reginald Pole, tra i maggiori protagonisti dell'età della Controriforma, che soggiornò in Italia – e a Roma – per molti anni.


Nel Settecento la devozione verso le madonnelle si accentua ancor più con la nascita del fenomeno dei “miracoli mariani” del 1796-1797, verificatisi a ridosso della proclamazione in Campidoglio della Repubblica filo francese (15 febbraio 1798). A Roma il primo movimento degli occhi della Madonna si manifesta il 9 luglio del 1796 nella Madonna dell’Archetto, una piccola madonnella stradarola del rione Trevi, già dal secolo precedente oggetto di culto per i suoi miracoli. Il 1796 fu un anno dei molti prodigi. Gaetano Palma, procuratore generale della congregazione dei Pii Operai, così descrive quanto accadde all’immagine di Maria di vicolo delle Muratte nel luglio del 1796, come riporta Massimo Cattaneo nel libro “Le vie di Roma – Le edicole sacre”: «Se è lecito che io manifesti il giudizio da me formato sopra li suddetti diversi movimenti degli occhi di quell’Immagine, che da me fu esternato in tal occasione, e lo espressi ad alcune pie Persone, che me ne interrogarono, dirò di avere io creduto, che, la mossa perpendicolare degli occhi significasse, che la SS.ma Vergine portasse all’Eterno Padre le preghiere dei di lei divoti; Colla mossa poi orizzontale ci volesse dare ad intendere il suo amore verso i medesimi divoti, mostrando con quel giro d’occhi, che lei teneva a sé presenti tutte quelle Persone, che ivi si trattenevano a venerarla, ed indicando, che le teneva sotto la sua valevolissima protezione».

Il biennio repubblicano è per le edicole sacre motivo di scontri tra le nuove istituzioni e coloro che – soprattutto nei rioni popolari romani – difendono la loro presenza. Famosa, e particolarmente sanguinosa, è la rivolta del 25 febbraio 1798 a Trastevere, dove trasteverini, monticiani, regolani e borghigiani si rifiutano più volte di levare le immagini sacre dalle strade, così come ordinato dal governo repubblicano. I romani continuano, al contrario, a radunarsi vicino alle madonnelle, rinnovando l’importanza che questi spazi esterni avevano anche sul piano dell’identità religiosa. I pochissimi irriducibili lanciano sulle immagini sacre di strada sterco e sassi, contestando così contro la politica moderata che nuovo governo aveva nei confronti anche del potere religioso.


Anche nella prima metà dell’Ottocento le edicole tornano protagoniste della vita cittadina, questa volta nei confronti della rivoluzione industriale, documentando la resistenza verso ogni innovazione (persino verso i progetti dell’illuminazione della città). Accadde che il popolo mostra il suo grande attaccamento alle madonnelle anche quando le nuove autorità vogliono dotare Roma di un sistema di illuminazione pubblica, che segue quello già realizzato nelle grandi città europee. I romani considerano l’introduzione dei lampioni come un oltraggio alle immagini di Maria, dato che i lumini apposti accanto ad esse rappresentano l’unica fonte di luce nei bui angoli delle strade di Roma. A nulla servono gli editti delle autorità: il popolo preferisce sempre pagare delle multe piuttosto che asservirsi alle nuove disposizioni in materia di illuminazione pubblica, tanto che persino Stendhal, nelle Passeggiate romane, scritte nel 1827-28, parla della funzione delle madonnelle come elementi d’illuminazione della città.


Ma la modernità fa il suo corso nonostante tutto. Le lampade vengono collocate davanti l’immagine votiva, divenendo elemento artistico: «i due fanali di ferro tutti intagliati con li ampioni» della madonnella della facciata su via del Plebiscito del palazzo Doria Pamphili, come descritti nella “Nota della spesa fatta nella nuova immagine della SS.ma Vergine” ne sono un esempio.
E così passano i secoli, ma loro, le madonnelle stradaiole, sono sempre lì a guidare il corso della vita rionale romana. E ancora oggi «la devozione è tanta, nei vicoli di Trastevere alle prime luci dell’alba tornano a casa le professioniste della notte: sole o in coppia, si segnano devote davanti alla madonnella sull’angolo, e ora, sulla soglia di casa, sembrano aver perduto volgarità e spavalderia» (Giuseppe De Fiori ne “Le vie di Roma – Le edicole sacre”). A testimonianza che le madonnelle non rappresentano solo la memoria in città, ma sono ancora oggetti fortemente vivi.

 

Cristiana Pumpo

 

Tutte le notizie contenute in questo articolo sono tratte dal volume “Le vie di Roma – Le edicole sacre” – Bonsignori Editore.
 

Immagine d'apertura: Madonna con Bambino e S Filippo Neri - via del Pellegrino

 

 


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