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Palazzo dei Conservatori

Data__16/09/2008
Data__2008
conservatoriridotto

La sede della magistratura cittadina, affidata dagli statuti cittadini ai Conservatori almeno a partire dal 1363 con il compito di affiancare il Senatore nel governo della città, sorse, a opera del pontefice Niccolo V, intorno alla metà del XV secolo ("is summus pontifex [...] aliud (palatium) Conservatorum a fjundamentis comtrui [...] faci"). Il luogo era precedentemente (almeno dal XIV secolo) occupato dalla sede dei Banderesi, capitani della milizia cittadina organizzati nella "felice società dei balestrieri e pavesati".
Le immagini che illustrano i palazzi capitolini prima della trasformazione di Michelangelo mostrano un edificio caratterizzato da un lungo portico ad archi e colonne, sul quale si aprivano gli ambienti sedi delle corporazioni di arti e mestieri. La parte alta della facciata era contraddistinta da una serie continua di finestre crociate, che davano luce alle sale principali del piano nobile, mentre alle estremità si trovavano due logge con aperture bifore verso la piazza; una loggia a tre archi segnava anche la facciata che dava sul Campo Marzio.
Il cortile, cui si accedeva dal portico sulla piazza, era di dimensioni più piccole dell'attuale (un documento ne testimonia l'ampliamento nel 1522) ed era caratterizzato, sul lato destro, da una serie di arcate ogivali, che lo mettevano in comunicazione con un ambiente laterale, prima sede dello "statuario" capitolino. Una scala a unica rampa conduceva al piano superiore.
L'intervento di Michelangelo, che ebbe inizio nel 1563, trasforma l'antico palazzo, anco¬ra di impianto medioevale, in un edificio dalla classica nobiltà, secondo un linguaggio lungamente elaborato durante la sua lunga esperienza architettonica romana. La facciata fu dunque completamente ripensata, imbrigliandola in uno schema geometrico a due or¬dini: quello corinzio delle paraste giganti che percorrono e scandiscono tutta la struttura, e quello ionico delle colonne che sorreggono le volte del portico. Nel cortile, nella fronte corrispondente all'ingresso, Michelangelo ripropose lo stesso schema della facciata, sot¬tolineando però maggiormente la divisione in due ordini, mentre sul fondo sistemò, se¬condo uno schema tramandato da un disegno antico, i Fasti Consolari e Trionfali trovati nel 1546 nel Foro Romano. Trasformazioni si ebbero anche nell'assetto interno del pa¬lazzo, con la costruzione dello scalone monumentale, e nella disposizione delle sale dell'Appartamento dei Conservatori, tanto che in quest'occasione andò perduto il ciclo di affreschi del primo Cinquecento che decorava le sale affacciate sulla piazza. Un ultimo intervento nel cortile, che fu realizzato sotto il pontificato di Clemente XI (1720) da Alessandro Specchi, riguardò la sistemazione del lato di fondo, dal quale erano stati rimossi già da tempo (1586) i frammenti dei Fasti antichi per essere trasferiti in una sala al piano superiore. Specchi, attenendosi al disegno architettonico michelangiolesco, approfondì il portico creando uno spazio monumentale per la sistemazione delle prestigiose sculture antiche appena acquistate dalla Collezione Cesi: la dea Roma seduta e le colossali figure di barbari in marmo bigio morato.

 

Appartamento dei Conservatori
Le sale di rappresentanza del Palazzo dei Conservatori, il cosiddetto "Appartamento", presentano un carattere particolare legato alla funzione degli ambienti che accoglievano la magistratura dei Conservatori, che fin dalla metà del XIV secolo rivestiva un ruolo centrale nella struttura municipale. Questa magistratura – espressione di un ceto municipale formato dalla nobiltà cittadina che aveva possedimenti terrieri nelle zone limitrofe alla città e dai "bovattieri" arricchitisi con il commercio delle derrate alimentari – aveva rivendicato con orgoglio una sua autonomia, per lo meno amministrativa, nei confronti del potere centrale legato alla Curia pontificia. Gli Statuti della città di Roma editi nel 1363 avevano riconosciuto il potere dei Conservatori non solo nell'ambito finanziario ed economico (essi infatti, presiedendo la Camera Urbis, amministravano e controllavano le dogane e le imposte cittadine), ma anche un potere di controllo sull'operato del Senatore che aveva sede nel Palazzo omonimo. Tali statuti avevano inoltre conferito loro la facoltà di nomina di altre magistrature e uffici della struttura municipale, quali i caporioni e i magistri viarum, cui erano affidati compiti importanti come, rispettivamente, il mantenimento della quiete cittadina e il rispetto delle disposizioni riguardanti le attività urbanistiche. Il ruolo centrale svolto dai Conservatori è per altro testimoniato dalle riunioni del Consilio Pubblico e del Consilio Segreto – assemblee cui partecipavano i rappresentanti del ceto municipale e delle magistrature capitoline – che si tenevano nelle sale del loro palazzo.
Tuttavia la storia e l'importanza del ruolo della municipalità romana si comprendono pienamente solo alla luce del rapporto con la Curia pontificia, di cui faceva parte il Governatore della città di Roma. Questa ultima carica, creata sotto il pontefice Eugenio IV come emanazione diretta del potere papale, finì per esautorare le magistrature capitoline che, nei decenni successivi, persero il loro potere effettivo e, pur continuando a sussistere, finirono per rivestire per lunghi secoli un ruolo puramente formale.
Tuttavia, a partire proprio dagli ultimi decenni del XV secolo, con la donazione dei bronzi sistini nel 471 e con la commissione del primo importante ciclo di affreschi nelle sale di rappresentanza, risalente al primo decennio del XVI secolo, il palazzo in cui i Conservatori avevano sede conobbe un rinnovamento decorativo e artistico culminato nella ristrutturazione michelangiolesca.
Le sale dell'Appartamento dei Conservatori, non solo per gli importanti cicli di affreschi, ma anche per la ricchezza di ogni particolare elemento decorativo - dai soffitti intagliati alle porte scolpite o decorate, dagli stucchi della Cappella agli arazzi settecenteschi della Sala del Trono e agli inestimabili bronzi antichi che vi sono custoditi - testimoniano il richiamo all'antica grandezza di Roma, il cui ricordo è esaltato dalla rappresentazione degli esempi di civile virtù. Nel commissionare il più antico ciclo di affreschi, che venne eseguito nelle sale dell'Appartamento nel primo decennio del XVI secolo e di cui restano uniche testimonianze gli affreschi della Sala di Annibale e della Sala della Lupa, si scelsero come soggetto le storie della nascita della città e gli exempla di coraggio e virtù nella storia di Roma repubblicana. La scelta dei soggetti rimase immutata anche quando le sale conobbero nuovi cicli decorativi che, a distanza di lunghi anni, vennero eseguiti in un contesto storico e culturale sicuramente diverso. Ciò contribuisce a conferire un carattere unitario alla decorazione delle sale dell'Appartamento e testimonia il perdurare nel tempo del significato simbolico degli episodi narrati.

 

Sala degli Orazi e Curiazi
Nella grande sala, che assunse le dimensioni attuali in seguito alla ristrutturazione michelangiolesca del palazzo, si riuniva il Consiglio Pubblico; essa è tuttora sede di importanti cerimonie: si ricorda qui la firma del Trattato di Roma del 1956, atto primo e fondante dell'Unione Europea.
Nel 1595 venne commissionato al pittore Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d'Arpino, l'esecuzione del nuovo ciclo di affreschi in sostituzione del precedente, in gran parte ormai perso. Il Cesari, che vi lavorò con l'aiuto della sua bottega, concepì il ciclo come arazzi stesi lungo le pareti: nei lati corti una pesante tenda rossa, trattenuta da Telamoni, ricade sulle scene; nei lati lunghi i diversi episodi sono divisi da fasce verticali decorate con splendidi festoni di frutta e fiori, trofei di armi e vasi lustrali; alla base corre un fregio di finto marmo con medaglioni monocromi che raffigurano episodi di storia romana in relazione con il tema dell'affresco sovrastante. Il Cavalier d'Arpino, rifacendosi alle storie della nascita di Roma e dei primi re narrate dallo storico romano Tito Livio nei suoi Ab urbe condita libri, eseguì in diversi momenti gli episodi del Ritrovamento della Lupa (1595-1596), della Battaglia contro i Veienti e i Fidenati (1598-1601), del Combattimento degli Orazi e Curiazi (1612-1613). Al termine dell'esecuzione di questi primi affreschi i lavori conobbero una lunga
interruzione e vennero ripresi solo nel 1636 per concludersi nel 1640, con l'esecuzione degli ultimi tre episodi: il Ratto delle Sabine, Numa Pompilio istituisce il culto delle Vestali e Romolo traccia il solco della città quadrata. Nella sala, fin dal secondo decennio del XVI secolo, furono collocate statue di Pontefici, evidente segno del riconoscimento dell'autorità papale. Alcune di queste sono state allontanate per le alterne vicende storielle. Tuttora vi si trovano due magnifiche sculture, una in marmo raffigurante Urbano VIII Barberini (1623-1644), opera eseguita da Gian Lorenzo Bernini e aiuti tra il 1635 e il 1640, l'altra realizzata in bronzo da Alessandro Algardi in onore di Innocenze X Pamphilj (1644-1655) tra il 1646 e il 1650. Nel 1643, ultimo anno del pontificato di papa Barberini, la sala fu completata con tre porte in noce intagliato, con stemmi e grandi formelle quadrangolari raffiguranti scene allegoriche ed episodi leggendari della fondazione di Roma e della prima età regia, attribuite agli scultori e intagliatori Giovan Battista Olivieri e Giovanni Maria Giorgetti.

 

L'Esedra di Marco Aurelio
La nuova grande aula vetrata costruita all'interno di quello che era denominato il "Giardino Romano" del Palazzo dei Conservatori rappresenta, in ordine di tempo, l'ultima, prestigiosa realizzazione architettonica nell'ambito del complesso museale capitolino. La finalità del progetto, firmato da Carlo Aymonino, è stata quella di realizzare un ampio spazio luminoso, che costituisca il cuore del percorso museale, valorizzi le straordinarie emergenze monumentali del Tempio di Giove Capitolino e rappresenti il fulcro espositivo tra la parte storica del Palazzo dei Conservatori, con le sale nobili e affrescate dell'Appartamento di rappresentanza, e i settori del Museo di più recente costituzione, ospitati all'interno dell'antica proprietà Caffarelli. Per la redazione del progetto, che ha richiesto molti anni, sono state elaborate diverse soluzioni che hanno via via tenuto conto, oltre che del perfezionamento del valore estetico e architettonico dell'intervento stesso, anche delle novità e delle scoperte verificatesi in questo decennio. Il progetto quindi, nella sua veste architettonica e nella elaborazione dei contenuti espositivi, si è "storicamente" evoluto, mantenendo inalterate le istanze originali ma plasmandosi in relazione alle rinnovate esigenze espositive e di "funzione", come prezioso contenitore per preservare ed esaltare gli imponenti ruderi del Tempio di Giove Capitolino. L'intervento architettonico è stato realizzato all'interno di un'area scoperta che, storicamente, segnava il confine tra la proprietà dei Conservatori e quella della famiglia Caffarelli: le prime notizie d'archivio che citano questo spazio risalgono all'inizio del XVI secolo, nello stesso periodo nel quale questa famiglia cominciò a consolidare la sua presenza in Campidoglio attraverso la costruzione della prima ala del suo Palazzo. Le piante e le vedute di Roma permettono di seguire l'evoluzione architettonica della proprietà la cui storia si intreccia, in maniera quasi inestricabile, con quella del Palazzo dei Conservatori. Nel 1876, in questo stesso spazio (denominato "giardino delle cucine" del Palazzo dei Conservatori) fu costruito un padiglione ottagonale, dall'elegante disegno floreale, progettato da Virgilio Vespignani, per ospitare la grande messe di sculture provenienti dagli scavi legati all'urbanizzazione di nuovi quartieri dopo la proclamazione di Roma Capitale. La grande, luminosissima aula dall'aspetto ipertecnologico, erede di quella vecchia realizzazione, accoglie oggi la grande statua equestre di Marco Aurelio. Dopo il restauro dell'opera, completato negli anni novanta, i tecnici hanno infatti vivamente sconsigliato di esperia all'aperto, nella sua posizione originale, proprio per garantirne la conservazione. Si è quindi scelto di realizzare una copia fedele della scultura, già da anni sistemata al centro della piazza e di ricoverare l'originale all'interno, in uno spazio "protetto".
Marco Aurelio, simbolo capitolino per eccellenza, rappresenta quindi il fulcro della nuova esposizione intorno al quale graviteranno le più significative testimonianze archeologiche relative al Campidoglio antico ed alcuni dei grandi bronzi, nucleo "primordiale" delle raccolte capitoline di antichità in una esposizione particolarmente evocativa e suggestiva.

 

Statua equestre di Marco Aurelio
Del monumento equestre dedicato all'imperatore Marco Aurelio (161-180 d.C.) non troviamo alcuna menzione nelle fonti letterarie antiche, ma è verosimile che esso sia stato innalzato nel 176 d.C., insieme ai numerosi altri onori tributatigli in occasione del trionfo sulle popolazioni germaniche, o nel 180 d.C., subito dopo la morte. In quei tempi a Roma le statue equestri erano molto numerose: le descrizioni tardo imperiali delle regioni della città ne enumerano ventidue, definite equi magni, ossia maggiori del vero, analogamente al monumento di Marco Aurelio. Quest'ultimo, tuttavia, è l'unico giunto sino a noi e in virtù della sua integrità ha assunto ben presto un valore simbolico per tutti coloro che intendevano proporsi come eredi dell'antica Roma imperiale. Il luogo di collocazione originario non è noto. Tuttavia già Carlo Fea, che per primo attribuì la salvezza del monumento alla errata identificazione del cavaliere con l'imperatore Costantino, confutò l'ipotesi avanzata da Nardini e accolta da Winckelmann che la statua fosse stata innalzata fin dall'inizio al Laterano, dove è ricordata nelle fonti medievali. In realtà si può affermare soltanto che la statua sia stata eretta per una dedica pubblica e che, pertanto, il luogo di collocazione originaria più probabile fosse il Foro Romano o la piazza con il tempio dinastico che circondava la Colonna Antonina. La presenza al Laterano della scultura bronzea viene ricordata fin dal X secolo, ma è probabile che vi si trovasse almeno dalla fine dell'VIII secolo, quando Carlo Magno volle duplicare la sistemazione del campus Lateranenis, trasferendo davanti al suo palazzo ad Aquisgrana (Aachen) una statua equestre analoga portata via da Ravenna. Nel gennaio del 1538, per ordine di papa Paolo III della famiglia Farnese, la statua fu trasferita sul colle Capitolino, che dal 1143 era divenuto sede delle autorità cittadine. Ad un anno dal suo arrivo, il Senato Romano affidò a Michelangelo l'incarico di risistemare la statua del Marco Aurelio. Il grande artista fiorentino, invece di limitarsi a progettare una sistemazione idonea per il monumento, ne fece il perno di quel mirabile complesso architettonico che è la piazza del Campidoglio. Le indagini disposte dall'Amministrazione Comunale in seguito all'attentato terroristico presso il Palazzo Senatorio del 19 aprile 1979 rivelarono che la statua equestre di Marco Aurelio presentava gravi processi corrosivi in atto e una preoccupante situazione statica, in particolare a causa delle fessure localizzate nelle zampe.
L'8 gennaio 1981 il cavaliere fu rimosso dal basamento michelangiolesco e il 17 il monumento fu trasferito presso il laboratorio dell'Istituto Centrale per il Restauro. L'intervento conservativo, in assenza di procedure ordinarie consolidate, ha permesso un grande sviluppo delle tecniche d'indagine e un'innovazione tecnologica della strumentazione disponibile. Dopo una lunga e accurata fase di studi preliminari, mirati a definire lo stato di conservazione e le modalità di intervento sul manufatto bronzeo, le operazioni di restauro si sono concluse alla fine del 1988, aprendo una nuova fase per la vita del monumento equestre. La fragilità strutturale e superficiale della materia ha portato all'attenzione di tutti il tema della protezione dei capolavori non musealizzati. Fu subito chiaro che un'adeguata tutela del bronzo antico sarebbe stata possibile solo a condizione che fossero escluse tutte le sollecitazioni termiche e meccaniche che derivano da un'esposizione all'aperto. Il desiderio di rivedere la statua bronzea al centro della piazza del Campidoglio era naturalmente unanime, ma responsabilmente fu scelto il male minore.
La collocazione provvisoria in uno spazio chiuso in condizioni ambientali controllate rappresentava la sola scelta in grado di soddisfare adeguatamente l'esigenza di preservare e nel contempo rendere fruibile un manufatto unico e prezioso come la statua equestre di Marco Aurelio. L'11 aprile 1990 il monumento è tornato in Campidoglio ed è stato collocato nel cortile del Museo Capitolino, in un ambiente climatizzato appositamente chiuso da una vetrata. Il recupero dell'unità monumentale del progetto michelangiolesco è stata fin dall'inizio una preoccupazione primaria. Fu deciso, quindi, di predisporre una copia dell'originale. Non è stato possibile per motivi diversi adottare le due tecniche tradizionali del calco diretto o della riproduzione per punti mediante il compasso o il pantografo: nel primo caso per la fragilità della doratura residua unitamente alla sua scarsa adesione al bronzo, nel secondo caso per la difficoltà di riprodurre fedelmente tutte le peculiarità del modellato plastico, sommatesi come in un palinsesto nel corso della lunga storia del monumento. Per eseguire la riproduzione della statua bronzea si è fatto ricorso, quindi, al procedimento indiretto, che prevede la ricostruzione della forma geometrica secondo un modello numerico ottenuto tramite il rilievo 'fotogrammetrico' e l'integrazione manuale della "pelle" con tecniche artigianali. Nel 1997 i tecnici della Zecca dello Stato hanno completato la copia bronzea, che il 19 aprile dello stesso anno è stata eretta sul basamento al centro della piazza Capitolina. Parallelamente alla realizzazione della copia, è stato affrontato il problema della musealizzazione dell'originale in un ambiente più idoneo rispetto a quello provvisorio, individuando un luogo adatto per dimensioni e per dignità nell'ambito dei Musei Capitolini, la cui ristrutturazione è stata avviata nel 1997. A tale scopo è stata prevista la progettazione di un nuovo padiglione nel Giardino Romano al primo piano del Palazzo dei Conservatori, dove alla fine dell'Ottocento subito dopo l'unità d'Italia era stata ospitata la maggior parte delle sculture che emergevano dagli scavi effettuati per la costruzione dei nuovi quartieri della capitale. Il progetto di copertura a vetrata del giardino, affidato all'architetto Carlo Aymonino, è risultato la soluzione più adeguata per dare accoglienza al monumento equestre insieme ad altre importanti opere bronzee della collezione capitolina, formanti anch'esse parte dei pignora imperii conservati in Laterano fin dal Medioevo e trasferiti in Campidoglio alla fine del XV secolo con lo scopo di restituire al popolo romano la testimonianza tangibile dell'antica dignità del colle.
Il nuovo basamento, progettato dall'architetto Francesco Stefanori e realizzato, insieme ai dispositivi di ancoraggio della statua, dal Centro di Ricerca Scienza e Tecnica per la Conservazione del Patrimonio Storico-Architettonico dell'Università di Roma "La Sapienza" (CISTeC), è stato ideato nel segno della discontinuità rispetto al piedistallo michelangiolesco, sia per evitare un improponibile confronto sia per sottolineare la differenza tra l'originaria collocazione all'aperto del monumento equestre e la sua attuale musealizzazione. È superfluo ricordare che la realizzazione del nuovo padiglione, che ha tenuto conto della presenza dei resti monumentali del Tempio di Giove Capitolino, non offre soltanto una soluzione specifica e definitiva al problema della statua bronzea di Marco Aurelio, ma costituisce la punta di diamante – paragonabile ad altri grandi interventi museografici delle capitali europee – nel programma di riqualificazione complessiva dei Musei Capitolini e dell'intero Campidoglio.

 

Statua colossale bronzea di Costantino
I preziosi resti della scultura raffigurante il primo imperatore cristiano – la testa, la mano e il globo – facevano parte, dal medioevo, del patrimonio del Patriarchio lateranense e giunsero in Campidoglio con la donazione di Sisto IV al Popolo Romano nel 1471. La grande testa, capolavoro dell'antica bronzistica, impressionante sia per le misure colossali sia per l'intensità dei lineamenti, è stata associata ai ritratti di Costantino dell'ultimo periodo della sua vita.
Alla statua è tradizionalmente attribuita la mano destinata a sorreggere il globo, simbolo del potere sul mondo.

I testi sono tratti dalla Guida "Musei Capitolini" edita da Electa. Si ringrazia la Direzione dei Musei Capitolini del Comune di Roma e la Casa Editrice Electa.