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                        Villaggio Breda

 



Fondazione del Villaggio Breda

Dopo la guerra d’Africa e in previsione di un conflitto europeo ormai probabile, il Duce espresse il desiderio che sorgesse nell’Italia centrale un’officina per la produzione autonoma delle armi automatiche. Compito di realizzare questo desiderio toccò alla Breda che progettò uno stabilimento del tutto nuovo adatto alle esigenze governative. La prima tappa fu l’acquisto del terreno da parte della Società, in vendita tra altre aree periferiche era allora una tenuta situata nella zona che veniva chiamata Torre Gaia. Il suo proprietario, Cav. Albino Revel, era anziano e non aveva eredi maschi. Le sue quattro figlie avevano insistito affinché vendesse questa proprietà acquistata anni prima dai Conti Angelini e che era stata migliorata assai. Il fattore Sig. Pellizzari insieme al figlio che tutti al villaggio conoscono sotto il nome di Sor Peppino avevano scavato un pozzo e bonificato il terreno che rendeva molto. Una strada campestre univa la fattoria alla tenuta Vaselli dall’altra parte della Casilina e niente faceva prevedere che su questa collina stesse per sorgere un’imponente fabbrica d’armi.

Dopo varie trattative, la Società Breda comprò il 1° dicembre del 1937 i 609 ettari della tenuta del Cav. Revel che erano in vendita ormai da un anno. Il prezzo fu di 1.300.000 lire il doppio di quanto aveva pagato Revel 10 anni prima. Dopo l’acquisto la Società Breda incaricò l’Ing. Fantina ad effettuare i rilievi del terreno e progettare lo stabilimento che fu costruito dall’impresa Garboli. I lavori cominciarono nei primi mesi del 1938, in estate di quell’anno il terreno dava ancora l’impressione di una tenuta di campagna in corso di trasformazioni che di un complesso industriale in via di ultimazione. Ma i lavori procedettero a ritmo rapido, infatti all’inizio del 1939 i primi reparti cominciarono a funzionare e parte del personale che lavorava allo stabilimento di Via Flaminia fu trasferito a quello di Torre Gaia. Lo stabilimento fabbricava armi automatiche di medio e grosso calibro, armi antiaeree per la Marina e l’Esercito, cannoncini e mitragliatrici anticarro.

Nel mese di maggio lo stabilimento era in pieno funzionamento e il 27 maggio il Capo del Governo, Mussolini, andò di persona a visitare i reparti, a dare inizio ai lavori di ampliamento , e posò la prima pietra del Villaggio destinato ai lavoratori.

 



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Costruzione del Villaggio e della Chiesa

Dagli antichi tempi della tribù Pupinia e dei ferventi cristiani che nei primi secoli seppellivano i loro defunti nel vicino cimitero della Valle della Morte, questa piccola valle dell’agro romano non aveva più conosciuto abitanti stabili. Non era altro che un prato dove ormai stava per sorgere un nuovo centro di vita umana e sociale dove famiglie di provenienza diverse, ma unite dallo stesso lavoro e dalla convivenza, intrecciarono profondi legami la cui realtà sopravvive ancora ai tanti cambiamenti e difficoltà e costituisce il patrimonio spirituale comune del Villaggio Breda.

Del Villaggio la necessità si era fatta sentire nel momento stesso in cui si era decisa la costruzione dello stabilimento in una zona la cui distanza da Roma imponeva di dare almeno ad una parte del personale un alloggio vicino al posto di lavoro. A questo scopo la Società Breda aveva ceduto la parte inferiore del terreno acquistato all’Istituto autonomo fascista per le Case Popolari di Roma che doveva costruire il Villaggio destinato a comprendere 480 alloggi.

La costruzione dei primi lotti iniziò nell’estate del 1939 e durò un anno e mezzo.

L’architetto si è prevalentemente ispirato a criteri di economia e di semplicità e senza voler in alcun modo fare della sua geometrica disposizione dei fabbricati un’opera d’arte. Nella sua concezione il Villaggio rappresenta tra gli altri complessi del genere quello che si può chiamare una vera riuscita. Si nota per primo il rispetto del paesaggio che sembra essere stato una delle preoccupazioni del progettista , l’altezza moderata dei suoi fabbricati, l’intonaco color terra si armonizzano con la campagna vicina. Oltre a rispettare il paesaggio il villaggio rispetta anche l’uomo, infatti la vita intima del nucleo familiare e la vita sociale sembrano essere state presenti nella progettazione. Lo spazio previsto fra loro dà a ciascuno la propria autonomia e nel frattempo favorisce incontri fra le famiglie. Infine l’esistenza di due piazze e la presenza nel centro abitato della chiesa favorisce l’unità del complesso dandogli le caratteristiche tradizionali di un villaggio di campagna e la praticità delle costruzioni moderne adatte alle esigenze dei lavoratori partecipano alla mentalità cittadina che la vicinanza alla Capitale viene a rafforzare.

Per questo corpo ci voleva un’anima, per queste case ci voleva una chiesa. La Soc. Breda capì questa necessità e venne incontro al desiderio del Vicariato di Roma di fare del villaggio la sede di una nuova parrocchia. Il primo dicembre 1939 con atto notarile la Soc. Breda fece dono alla Pontificia Opera per la Preservazione della Fede di un’area di 4.077 metri quadrati destinati alla costruzione di un vasto complesso parrocchiale che fu progettato dall’Architetto Tullio Rossi e realizzato dall’impresa del Comm. Belotti, contemporaneamente alla costruzione del Villaggio stesso. Come titolo si scelse Madonna “Causae Nostrae Laetitiae”. Nel mese di settembre 1941 veniva ultimato il complesso parrocchiale con la chiesa in stile barocco-rustico, la canonica ampia e luminosa con vaste sale adatte alle riunioni dei diversi gruppi, il terreno dell’oratorio, ma il complesso raggiunse la piena funzionalità e l’abbellimento con i PP. Passionisti. La Romana Società Cattolica offrì copia della Venerata Madonna dell’Archetto, la famiglia Marsili donò le statue della Madonna degli Angeli e il Sig. Mercatali ottenne dal Direttore Generale dei Musei e delle Gallerie Pontificie, comm. Guido Galli, la Via Crucis che oggi orna la chiesa. Il 4 ottobre fu inaugurata la chiesa e gli edifici da S. E. Mons. Pascucci, segretario del Vicariato.

 



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Torre Gaia

La zona di Torre Gaia, posta al 14° km., sulla destra, della Via Casilina, tra l’antico castello dei Cenci e la Borghesiana, probabilmente appartenne anticamente alla famiglia dei Festi, come si evince dal rinvenimento di una epigrafe, relativa ad un sarcofago, dove compare il nome di una Fulvia Festa e dal toponimo di epoca tarda “Massam Festii in territorio praenestino” . Fu poi abbandonata a seguito dell’impaludamento e del sorgere della malaria, fenomeni comuni a gran parte della Campagna Romana conseguenti allo spopolamento e all’abbandono della campagna nei secoli post-antichi.

L’area non rientrò nelle opere di bonifica previste dalle leggi del 1878, del 1883 e del 1905 che includevano i territori compresi in un raggio di 10 km dal centro di Roma. Solo nel 1909 ebbero inizio i lavori di risanamento nella tenuta di Torrenova, della quale facevano parte Torre Gaia e le tenute di Pantano e Corvo che appartenevano al principe Borghese, ma ancora nel 1929 il territorio risultava impraticabile. In quello stesso anno i terreni furono in parte acquistati dalla società S.A.I.A. che si propose di farvi sorgere una moderna borgata con il nome di Torre Gaia, finalizzata allo sfruttamento agricolo; contemporaneamente sorsero i primi fabbricati. Oggi il comprensorio di Torre Gaia costituisce una bella zona residenziale, ancora interessata dall’espansione edilizia. La moderna Via di Torre Gaia ricalca il percorso dell’antica via Labicana tra l’VIII e il IX miglio.

Seguendo via di Grotte Celoni si raggiungono i resti di due cisterne di epoca romana. In questa località sorgeva una torretta, ora non più visibile e nota da un documento del 1400, chiamata Il Torraccio. I ruderi di questo torre, risalente al XII secolo e visibile da Tor Bella Monaca, sono stati incorporati nell’attuale casale di Grotte Celoni. Nella zona si rinvenne un gruppo di cinque sarcofagi, databili tutti tra il II e il III sec. d. C.: un sarcofago con la rappresentazione dei Misteri di Eleusi, uno con la raffigurazione del mito di Endimione e Selene, un altro dalla particolare forma ellissoidale, con il mito di Dioniso e Arianna, alcuni frammenti con una rappresentazione relativa alle origini di Roma ed infine un coperchio con la figura di un giovinetto giacente, probabilmente il ritratto del defunto. Inoltre, nella stessa zona, si hanno notizie di rinvenimenti di sepolcri e epigrafi.

Svoltando a destra su Via delle Due torri, che attraversa il moderno comprensorio di Fontana Candida, si giunge al cosiddetto Torraccio, il rudere di una cisterna di epoca romana relativa ad una villa che qui esisteva. Il rinvenimento di un bollo laterizio del 134 d.C. e di ceramica tardo medioevale permette di inquadrare cronologicamente il sito.

 



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