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Categoria1__Notizie
Data__02/12/2010
Data__2010

Quando la piazza del Campidoglio era un grande teatro

La piazza del Campidoglio, oltre a rivestire l'interesse e il fascino che tutto il mondo conosce, ha un altro primato, quello di aver ospitato, nel primo ventennio del Cinquecento, a pochi mesi dall'elezione di Papa Leone X, uno degli avvenimenti culturali tra i più significativi di tutto il Rinascimento.




Sono le feste romane del 13 e 14 settembre 1513, organizzate per il conferimento della cittadinanza onoraria a Giuliano e Lorenzo de' Medici, fratello e nipote di Papa Leone X che attraverso queste feste cercava di consolidare a Roma, e a Firenze, la potenza della sua famiglia, rafforzando i rapporti tra il papato e il Comune romano. Anche Roma aveva i suoi interessi politici da salvaguardare, attraverso la riconquista e l'affermazione della propria autonomia, con il riconoscimento della dignità e dell'autorità del municipio romano, tante volte schiacciata dal potere papale.
Di fatto questo sovrapporsi di interessi politici e culturali, convogliati nella grande celebrazione dei Medici e di Roma, fu l'occasione per un evento di grandissimo impegno con la costruzione nella piazza del Campidoglio di un enorme edificio teatrale e di una rappresentazione magnificente durata due giorni, producendo un evento che rimarrà per sempre come uno dei più spettacolari della storia della città e del Rinascimento. Fu così che la cerimonia della cittadinanza ai due Medici divenne l'opportunità per mostrare chi erano ancora i romani, «celebrando nel nome delle glorie passate la civiltà presente».
Per dare concreta attuazione e rilievo eccezionale a queste feste le autorità comunali scelsero tra i nobili romani tre gentiluomini che ebbero «ampia potestà di pignorare, vendere e per qualunque modo del publico alienar tutto che paresse a noi e piacesse per far poi quanto havessemo sopra questo deliberato». Le singole competenze furono così suddivise: a Girolamo Pico e Giulio Alberini fu dato l'incarico di provvedere alla costruzione dell'edificio teatrale, Giovan Giorgio Cesarini curò l'organizzazione del convitto, mentre l'apparato del teatro, la commedia e le rappresentazioni furono affidati, per la parte ideativa, a Tommaso Inghirami e Camillo Porzio (due lumi dell'Accademia Romana, in qualche modo i «responsabili culturali» delle feste) e per la parte esecutiva a Ludovico Pico e a Giovanni Alberini. I mezzi impiegati furono eccezionali e le spese ingenti, ma i risultati non delusero: le lodi per la bellezza dello spettacolo risuonarono in tutta Italia e l'enorme successo è testimoniato dalle numerose relazioni pervenute a noi posteri.
In uno scritto di Marcantonio Altieri, a capo di una delle più illustri famiglie romane, troviamo il carattere che avrebbe avuto l'organizzazione: «…deliberossi per conforme parere de tutti che nel giorno che i privilegi della Civilità fussero assignati, s'invitassero li magnifici nel Palazzo de' Conservatori, dove s'havesse da fabricare un loco publico di capacità et ornata magnifico e bello, il quale rapresentasse forma di theatro, dove ci si dovesse celebrare una solenne messa, con finirsi in musica dilettevole, terminandosi con locuprata oratione; et in tal solennità se gli assignassero li privilegi con quel maggiore fasto e pompa che fusse possibile a noi. Poi, come magnifica et honorata compagnia, dargli un sontuoso e splendido pranzo, con grata dimostratione di publica letitia…».
La costruzione dell'edificio teatrale fu affidata a Pietro Rosselli anche se, per la progettazione, si pensa che il "suggeritore" del progetto per il teatro capitolino sia stato Giuliano da Sangallo. Per realizzare il teatro ligneo la piazza del Campidoglio fu interessata da grandi opere di livellamento e di demolizione che ne mutarono completamente l'aspetto, tanto che nelle relazioni di due nobili "stranieri" come il mantovano Francesco Chierigati e il veneziano Vittor Lippomano, il teatro viene identificato con la totalità della piazza. Ed è qui l'eccezionalità dell'evento: non il teatro nella piazza ma la piazza mutata in teatro.
Così scrive Chierigati: «Hanno fatto un theatro de tutta la piaza del Capitolio et l'hanno circundata di tavole cum quadri de dentro e picture che copriano tutto el tabulato»; e scrive Lippomano che «era la piaza di Capitolio atorno tutta di penture bellissime et coperta di sopra di pani et solari».
Il teatro, di forma rettangolare, si appoggiava da una parte al Palazzo dei Senatori e dall'altro a quello dei Conservatori. Fabrizio Cruciani, autore del "Teatro del Rinascimento – Roma (1450-1550)" ce lo descrive così: «La facciata esterna era composta di cinque arcate con quadri, sormontate da un attico e poste sopra uno zoccolo aggettante; le arcate erano ornate di quadri celebrativi, mentre quella centrale – un vero e proprio arco di trionfo – era interamente sfondata e costituiva l'ingresso. L'interno aveva sui tre lati dei gradoni posti su un piano rialzato che sul fondo si allargava ad essere il palco scenico. La frons scenae era divisa in cinque parti per mezzo di "colonne quadre" con cinque non grandi porte (forse rettangolari, non ad arco) chiuse da tende d'oro e con fregi e quadri nella parte superiore e delimitava lo spazio dell'unico ambiente che racchiudeva attori e spettatori, festeggiati nell'unità della celebrazione. Ai lati due grandi porte. La frons scenae e il teatro tutto erano caratterizzati dall'abbondanza di ornamenti e di figurazioni che svolgevano il tema della glorificazione di Roma e di Firenze unite nel Papa mediceo».
Il pubblico affluì numeroso alla rappresentazione: il popolo si accalcava nella cavea e sulle gradinate sin dalle prime ore del mattino, la scena straripava di gentiluomini che, durante le rappresentazioni, lasciavano poco spazio agli attori. L'ingresso non era chiuso, ma i sorveglianti lasciavano entrare solo chi sembrava degno di assistere a tale spettacolo; gli altri si arrampicavano su per la costruzione e guardavano attraverso le fessure che facevano nel legno, incuranti di rovinare le pitture. I nobili e i prelati assistevano dalle finestre del Palazzo dei Conservatori, dalle quali si poteva vedere l'interno del teatro, mentre alcuni nobili avevano fatto costruire degli spalti davanti alle finestre, chiusi da arazzi, quasi a formare dei palchetti, da dove assistevano privilegiati.
La grande celebrazione della famiglia de' Medici iniziò il 13 settembre con il corteo di Giuliano e del suo seguito (Lorenzo non era a Roma), seguito dall'incontro fuori del teatro con i magistrati romani. «Dopo l'ingresso al teatro, ci fu una solenne messa cantata; l'altare era al centro del palcoscenico sul quale Giuliano, il suo seguito, i magistrati romani, gli ambasciatori e le altre autorità si disposero in due schiere poste ai lati dell'altare. Fu poi portato sul palco un pulpito, coperto di stoffe d'oro, e iniziò la cerimonia della consegna della cittadinanza con un'orazione di Lorenzo Vallati e altri discorsi, terminata con la lettura e la consegna della bolla tra acclamazioni di trombe, pifferi e artiglierie».
Seguì, poi, l'intervallo e la scena cambiò: il pulpito e l'altare vennero tolti per dare inizio al grande banchetto con vivande preparate in varie figurazioni all'interno del teatro, dando luogo ad uno spettacolo eccezionale.
«A completare il quadro del banchetto nelle forme rinascimentali non mancarono profumi, buffoni e musiche; tutto questo si svolse sul palcoscenico del teatro dinanzi al folto pubblico che riempiva la cavea e le gradinate che assisteva dalle finestre del Palazzo dei Conservatori e dagli spalti appoggiati a quelle del teatro o che si arrampicava sulle pareti esterne dell'edificio».
Il pranzo fu estenuante. Quando fu terminato il palcoscenico venne sgomberato per dar luogo alle rappresentazioni allegoriche con sfilate di carri trionfali, usuali sia a Roma sia a Firenze, che si susseguirono per tutta la giornata e finirono il giorno seguente, prima della commedia, il Poenulus di Plauto. Questa, interamente recitata in latino da ragazzi anche per le parti femminili, nobili romani e studenti, si concluse al tramonto del 14 settembre, chiudendo le due giornate di celebrazioni.
La magnificenza dello spettacolo fu tale che la sua fama si sparse rapidamente e Leone X volle che, il 18 settembre, tutta la festa fosse di nuovo rappresentata per lui nel Palazzo apostolico.

Cristiana Pumpo

Le informazioni sulle feste in Campidoglio sono state attinte dal saggio "Teatro del Rinascimento – Roma (1450-1550)" di Fabrizio Cruciani – Bulzoni Editore, Roma 1984
 


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