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Il faro del Gianicolo racconta un secolo di storia

Di giorno si staglia fiero fra le chiome degli alberi del Gianicolo. Di notte, come un signore vecchio e stanco sonnecchia al buio, senza dare fastidio. Il faro della Vittoria sta là: vigila silenzioso da cento anni generazioni di romani e turisti, testimone inconsapevole di una vita che scorre al di sotto, di appuntamenti serali, amori rubati, baldorie e bravate notturne.




Nel corso del secolo, nonostante l'andirivieni continuo, si è mostrato sempre più solo, abbandonato al suo destino, lontano dall'originario splendore, come una pagina importante della storia d'Italia sbiadita dal tempo dove è difficile rintracciare i segni di tanto valore.
Pochi, infatti, avranno alzato gli occhi per leggere l'iscrizione che riporta a quel lontano 1911, anno di inaugurazione del faro in occasione del 50° anniversario dell'Unità d'Italia, sintesi di amor patrio e legame con la terra natia.

Il Faro del Gianicolo

Fu proprio per celebrare la nascita dell'unità nazionale che un gruppo di italiani residenti a Buenos Aires costituì un Comitato esecutivo e deliberò che l'omaggio fosse un grande monumento a forma di faro da innalzare sul Gianicolo, teatro degli scontri per la difesa della Repubblica Romana del 1849, e che il disegno fosse affidato al deputato del Parlamento italiano Manfredo Manfredi, incaricandolo di attuare il progetto e tutte le formalità burocratiche per la concessione dell'area.
La Giunta capitolina, aderendo di buon grado all'iniziativa per l'atto patriottico che rivestiva, essendo il Gianicolo uno dei simboli più importanti del Risorgimento, stabilì con l'architetto Manfredi le condizioni per la realizzazione del Faro secondo una convenzione che fissava alcuni punti fondamentali, come l'individuazione del luogo esatto. Si legge dalle carte rintracciate all'Archivio Storico Capitolino che "il Comune di Roma permette che la costruzione del faro avvenga in un'area circolare di circa 10 metri di diametro sull'angolo sporgente del muro di confine e di sostegno della pubblica passeggiata del Gianicolo a nord e a 400 metri di distanza dal Monumento a Garibaldi. L'area suddetta resterà sempre di proprietà comunale, né potrà essere per alcun motivo e in qualunque tempo destinata ad altro uso". L'atto prosegue con la definizione delle tempistiche dell'edificazione e della messa in funzione del Faro, stabilite entro un anno dalla convenzione, e col divieto di estirpare o tagliare rami e alberi per allargare il campo di illuminazione senza particolari autorizzazioni dell'Amministrazione comunale. Naturalmente, trattandosi di un omaggio alla città di Roma, "tutte le spese, dirette e indirette, utili ed opportune all'esecuzione dell'opera e di ogni altro suo accessorio, sono a carico del Comitato di Buenos Aires rappresentato dall'on. Manfredi".
Al carteggio tra il Regio Commissario Generale alle Esposizioni di Buenos Aires nel 1910 Luigi Luiggi e l'allora sindaco di Roma Ernesto Nathan, furono aggiunte a margine alcune spiegazioni circa l'idea che ispirò i cittadini italiani residenti in Argentina a costruire il monumento. Fra questi ferveva "il vivo desiderio di dimostrare in qualche modo la loro partecipazione alla patriottica solennità del 1911". E a tale scopo si rivolsero al Conte Macchi di Cellere, Ministro d'Italia presso la Repubblica Argentina, e con lui "concretarono il concetto di un Faro che dovrà eternamente proiettare i tre colori della bandiera nazionale". Essi inoltre vollero fare per la gran Madre Roma ciò che i Toscani fecero per la tomba di Dante Alighieri. "Come questi offrirono una lampada e si impegnarono a offrir l'olio per mantenerla, così gli Italiani dell'Argentina si propongono, dopo costruito il Faro, di mantenere la luce che sarà un riflesso del loro patriottismo e delle loro italianità".
Un modo geniale per partecipare alla solennità nazionale che oggi, a distanza di cento anni, e soprattutto per il 150° compleanno dello Stato unitario, si rinnova. Con una grande opera di restauro che ha riguardato le superfici marmoree e le decorazioni esterne, la base circolare e la colonna, il portoncino in legno che conduce all'interno, la scala a pioli, i finestrini e la lanterna da cui partono i fasci di luce tricolore, il Faro di Manfredi, nei suoi venti metri di altezza e nelle sue forme neoclassiche di pietra bianca di Botticino, tornerà a splendere il 17 marzo, pronto a farci ricordare, col suo rinnovato aspetto, quelle storie di uomini e di eroi che solo un grande vecchio sa tramandare alle generazioni future.

Francesca Cellamare

 


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