Luceverde

Infomobilità

Numero Unico Taxi

URC - Ufficio per i Rapporti con i cittadini

060606

Partecipazione Popolare

Sistema informativo procedura negoziata

Protezione Civile

Statuto Roma Capitale

Roma Statistica

Open Data

Turismo

Bibliotu

Linea Amica

Suap

Suar

Home  /  Spigolatura Romana
Categoria1__Notizie
Data__30/07/2012
Data__2012

Le statue parlanti

Le statue parlanti, Marforio

Cristoggesummaria, cc'antro accidente!
Sete una gran famijja de bbruttoni.
E nnun méttete in pena ch'io cojjoni,
perché pparleno tutti istessamente.

Dar grugno de tu' padre a li meloni,
cuelli mosini, nun ce curre ggnente:
e ar vedé mmamma tua, strilla la ggente:
"Monaccallà, ssò ffatti li bbottoni?"

Tu, senza naso, pari er Babbuino:
tu' fratello è er ritratto de Marforio,
e cquell'antro è un po' ppeggio de Pasquino.
Tu e Mmadama Lugrezzia, a sti prodiggi,
v'amanca de fà cchirico Grigorio,
pe mmette ar mucchio l'Abbate Luiggi.

 

Scriveva così Giuseppe Gioacchino Belli nel 1832, quando compose il sonetto "Una casata", dedicato alle “statue parlanti” di Roma.
Nella Capitale tutti le conoscono: dal Marforio a Madama Lucrezia, dall’Abate Luigi al Facchino di via Lata e al Babuino, fino al celeberrimo Pasquino, statue antiche, di età romana che il popolo di Roma – noto sin dai tempi di Orazio, Giovenale, Catullo e Ovidio per autoironia e cinismo, ma anche per una mal celata codardia – aveva eletto “portavoce” dei propri dissensi verso le autorità precostituite. Complice l’oscurità della notte, venivano apposte su di esse messaggi a sfondo satirico nei confronti del potere e alle avversioni verso la corruzione e l’arroganza delle più illustri personalità della Roma papalina.
La lingua prescelta era il latino o il romanesco, con versi spesso in rima che davano voce alle contestazioni più diverse. Del resto i componimenti satirici erano le uniche armi che il popolo aveva a disposizione per protestare contro soprusi e tasse inique, contro la violazione dei propri diritti.

 

Fu proprio all’epoca papalina che si fa risalire la tradizione delle “statue parlanti”, le quali ebbero il loro gran da fare tra denunce politiche e di costume, tutte sempre rigorosamente anonime, contro Chiesa, Papa e Governo. Soprannominate il “Congresso degli arguti”, diedero voce al popolo di Roma e furono megafoni del suo malessere, mettendo così in difficoltà le autorità precostituite, prime fra tutte quelle religiose.

Non furono pochi, infatti, i Papi che tentarono di stroncare questa abitudine popolana. Alcuni fecero spostare le statue – la maggior parte delle quali si trovava lungo le vie centrali, dove si svolgevano le cerimonie che più richiamavano il popolo – ed altri le fecero piantonare giorno e notte, senza però ottenere alcun risultato.
Una cosa è certa: a scrivere i componimenti satirici non potevano essere i romani dalle estrazioni più umili, visto che a quei tempi la quasi totalità del popolo era analfabeta. Di conseguenza, i vari Pasquino che hanno fatto sentire la propria voce nel corso dei secoli devono essere stati di sicuro persone istruite, letterati e studiosi, forse anche appartenenti a nobili famiglie romane che, contrapponendosi a quelle papaline, esternavano il proprio dissenso utilizzando loro stessi quelle espressioni popolari che si udivano nelle piazze, nei mercati e nelle osterie.
Ad oggi l’unico superstite di questa tradizione rimane il nostro Pasquino che continua ad essere un loquace protagonista degli animi cittadini.

 

PASQUINO
Pasquino è sicuramente la più famosa “statua parlante” di Roma, divenuta celebre fra il XVI ed il XIX secolo. Il suo nome deriva, con molta probabilità, dal fatto che la statua fu rinvenuta vicino la bottega di un barbiere, o forse un fabbro, un sarto o un calzolaio, noto per i suoi versi satirici, di nome Pasquino. Per altri mastro Pasquino sarebbe stato un ristoratore che conduceva il suo esercizio nella piazzetta. Un'altra ipotesi sostiene invece che fosse il nome di un docente di grammatica latina di una vicina scuola, i cui studenti vi avrebbero notato delle rassomiglianze fisiche e sarebbero stati questi a lasciare per goliardia i primi fogli satirici. Nel nostro immaginario, in ogni caso, Pasquino porterà sempre il volto di Nino Manfredi nel film “Nell'anno del Signore”.
La statua è un frammento di un'opera in stile ellenistico, risalente probabilmente al III secolo a.C., danneggiata nel volto e mutilata degli arti, rappresentante forse Menelao mentre trascina Patroclo morente fuori dalla mischia dopo il combattimento. Venne ritrovata nel 1501 proprio nella piazza dove oggi ancora si trova (allora piazza di Parione, oggi piazza di Pasquino), all’angolo con via della Cuccagna, durante gli scavi per la pavimentazione stradale e la ristrutturazione del Palazzo Orsini (oggi Palazzo Braschi). A volerla in quel punto fu il cardinale Oliviero Carafa, che aveva ordinato i lavori di ristrutturazione del prestigioso palazzo dove si era stabilito. Nell'angolo in cui ancora si trova, fece applicare lo stemma dei Carafa ed un cartiglio celebrativo.
La fama di Pasquino è legata alla festa di San Marco che si celebra il 25 aprile: il busto si trovava proprio lungo il percorso della processione del Papa e in quell’occasione veniva abbigliato quasi fosse una divinità. Da qui l’idea del popolo di affiggere durante la notte ai suoi piedi, ma più spesso al collo, biglietti contenenti satire in versi, frutto del malcontento contro il Papa e i potenti di Roma, di cui contestavano la corruzione e l’arroganza.
Erano le cosiddette pasquinate, cartelli e manifesti con violente e spesso irriverenti satire, che durante la notte venivano appesi al collo della statua e che divennero presto fonte di preoccupazione, e di irritazione, per i potenti presi di mira, primi fra tutti i papi che vivevano negli eccessi di un sistema col quale il popolo romano conviveva con sorniona sufficienza.
Tra le pasquinate più famose c’è sicuramente quella contro Napoleone Bonaparte, accusato di portare in Francia opere trafugate durante le sue campagne belliche e fatta nei dialoghi che Pasquino, sorvegliato notte e giorno da guardie, aveva con le altre statue. Con Marforio in particolare. Tra di loro c’erano dei veri e propri scambi di battute come queste:
Chiede Marforio a Pasquino: «È vero che i Francesi so' tutti ladri?». E Pasquino risponde: «Tutti no, ma BonaParte!».
E ancora, quella rivolta verso papa Urbano VIII Barberini, che ordinò a Bernini di togliere le decorazioni bronzee che abbellivano il Pantheon per realizzare il baldacchino dentro la basilica di San Pietro:«Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini» (ciò che non fecero i barbari, lo hanno fatto i Barberini!).
Oppure: «Per chi vuol qualche grazia dal sovrano, aspra e lunga è la via del Vaticano. Ma se è persona accorta corre da Donna Olimpia a mani piene e ciò che vuole ottiene. È la strada più larga e la più corta». Donna Olimpia era Olimpia Maidalchini (la Pimpaccia), cognata e consigliera, e si dice anche amante, di Papa Innocenzo X, tra gli obiettivi preferiti delle pasquinate.
Pasquino non ha più parlato per tanti anni, ma nel 1938, in occasione dei preparativi per la visita di Hitler a Roma, riemerse dal lunghissimo silenzio per evidenziare l’installazione di pannelli di cartone che dovevano nascondere alla vista dell’ospite la povertà della periferia romana. E sentenziò:
«Povera Roma mia de travertino
te sei vestita tutta de cartone
pe' fatte rimira' da 'n imbianchino!»

E ancora, in occasione della visita di Gorbaciov, quando Roma rimase per due giorni paralizzata per le ingenti misure di sicurezza:
«La Perestroika nun se magna
da du ggiorni ce manna a pedagna
sarebbe er caso de smamma’
ce cominceno a gira’».

Pasquino – Piazza di Pasquino (Piazza Navona)

 

MARFORIO
Marforio fu la più nota delle “statue parlanti” di Roma dopo Pasquino, considerato la sua “spalla”, visto che spesso all’imbeccata di uno seguiva la risposta dell’altro. Fu persino necessario nominare un custode, per limitare la enorme quantità di epigrammi e satire che i romani nottetempo vi appendevano. È una enorme scultura marmorea di epoca romana: una figura barbuta stesa sul fianco che si pensa rappresenti Oceano (o un’altra divinità legata all’acqua come Nettuno o il Tevere). Inizialmente era situata nel Foro di Marte (da cui prende il nome, Martis Forum), davanti al Carcere Mamertino, nei pressi della chiesa dei SS Luca e Martina. Ma le ipotesi sull’origine del suo nome sono diverse: forse è legato a una iscrizione (ora scomparsa) sulla stessa statua e che, secondo un documento del 1588, riportava “mare in foro”; un’altra lo fa derivare dal nome di una famiglia, Marioli o Marfuoli, che aveva una proprietà nei pressi del Carcere Mamertino, sempre nella zona dei Fori, dove la statua sarebbe rimasta fino al 1588. Da qui fu spostata, per volere del Papa Sisto V, prima sulla piazza di S. Marco e poi sulla piazza del Campidoglio per ornare una fontana progettata da Giacomo della Porta. A metà del XVII secolo Papa Innocenzo X fece spostare di nuovo statua e fontana, a causa di lavori di sbancamento verso Santa Maria in Aracoeli, necessari per l'edificazione del Palazzo Nuovo che doveva completare la piazza del Campidoglio. L’intero gruppo fu poi inserito nel cortile dello stesso Palazzo Nuovo dove si trova attualmente.
In occasione del trasferimento operato da Sisto V fu rinvenuta anche la grande vasca circolare di cui la statua era l'ornamento, che però fu inizialmente lasciata al suo posto e utilizzata come abbeveratoio. Nel 1816 anche la vasca fu trasferita ai piedi dell’obelisco di piazza del Quirinale, nella sede in cui si trova attualmente.

Marforio – Cortile del Museo Capitolino, Piazza del Campidoglio

 

MADAMA LUCREZIA
Madama Lucrezia (in romanesco Madama Lugrezzia), è l’unica rappresentante femminile della “Congrega degli Arguti”. È raffigurata in un grande busto marmoreo di epoca romana, alto circa tre metri, oggi posto su un basamento all’angolo tra il Palazzetto Venezia e la basilica di S. Marco, nell’omonima piazza, di fronte all'Altare della Patria, dove fu collocata intorno al 1500 dal Cardinale Lorenzo Cybo. La statua, ornata con uno scialle sfrangiato sul petto, divenne ben presto la protagonista di alcune manifestazioni popolari romane, come quella del primo maggio, in occasione del “ballo dei guitti”, quando veniva ornata con collane di aglio, peperoncini, cipolle e nastri. Durante la Repubblica romana del 1799 la statua cadde dal suo piedistallo rompendosi in otto pezzi ed il popolo romano in rivolta, con allusione al governo vigente, scrisse sul dorso «non ne posso veder più!».
Come per le altre statue, non si è potuta assegnare una identificazione certa. Le ipotesi su chi fosse Madama Lucrezia sono quindi molte: la più accreditata sembra essere quella della dea Iside (o una sua sacerdotessa), dato che il nodo della veste sul petto è una caratteristica che ricondurrebbe a quel culto. Il busto sarebbe stato donato a Lucrezia d'Alagno, l’amante di Alfonso V d'Aragona, re di Napoli, la quale, dopo la morte di Alfonso, a causa dell’ostilità del suo successore, si trasferì a Roma e abitò nei pressi del luogo dove ora si trova la statua. Ad ulteriore conferma dell’ipotesi c’è la circostanza che nel XV secolo il termine madama era usato a Napoli e non a Roma.

Madama Lucrezia – piazza di S. Marco (al lato di Piazza Venezia).

 

ABATE LUIGI
Fui dell’antica Roma un cittadino
ora Abate Luigi ognun mi chiama.
Conquistai con Marforio e con Pasquino
nelle satire urbane eterna fama.
Ebbi offese, disgrazie e sepoltura
ma qui vita novella e alfin sicura

Così è scritto nell’iscrizione alla base della statua in marmo bianco dell'Abate Luigi (in romanesco, Abbate Luiggi), a testimonianza della sua loquacità letteraria. La statua, in marmo bianco, è in piazza Vidoni, all'interno del porticato del Palazzo della Valle, dove si trova nuovamente dal 1924. La collocazione è quella originaria, poiché la statua fu rinvenuta nelle fondazioni di Palazzo Vidoni, nell'area del Teatro di Pompeo, anche se nel corso del tempo è stata trasferita molte volte. L’Abate Luigi raffigura un oratore, oppure un magistrato, con una toga da senatore. L’identificazione non è mai stata chiara, fu la fantasia popolare a chiamarlo così, visto che trovava il personaggio molto somigliante al sagrestano della vicina chiesa del Sudario, conosciuto appunto come Abate Luigi. La lunga permanenza della statua all’aperto rovinò la testa originale, tanto che fu necessario sostituirla nel 1888, quando la statua fu collocata all’interno del palazzo Caffarelli – Vidoni; fu in questa circostanza che l’Abate prese gioco di se stesso, e lo fece in una composizione satirica, dove affermò di “aver perso la testa” nel vedersi alloggiato in quella dimora così sontuosa.

La nuova testa fu rubata intorno agli anni Settanta del secolo scorso; venne rimpiazzata con un calco della copia conservata nel Museo di Roma in Trastevere. E in questa occasione la statua parlò per l'ultima volta, con una pasquinata indirizzata allo sconosciuto vandalo:
O tu che m'arubbasti la capoccia
vedi d'ariportalla immantinente
sinnò, vòi véde? come fusse gnente
me manneno ar Governo. E ciò me scoccia.

Abate Luigi – Piazza Vidoni (lungo Corso Vittorio Emanuele II)

 

IL FACCHINO
È la più giovane delle “statue parlanti” di Roma ed anche la più piccola. Realizzata tra il 1587 e il 1597 su disegno del pittore fiorentino Jacopo del Conte (1510-1598), il Facchino è una fontana, alimentata dall’acqua Vergine che raffigura un acquarolo con il viso quasi completamente rovinato, mentre versa acqua dalla sua botticella. Il suo nome deriva proprio dal termine con cui sino ai primi del ‘900 venivano definiti gli acquaroli, cioè facchini, coloro che sino alla fine del ‘500, cioè fino alla riattivazione degli antichi acquedotti voluta da Gregorio XIII (1572-1585) quando l’acqua fu nuovamente distribuita alla città attraverso la nuova rete idrica, riempivano nelle ore notturne botti e botticelle con l’acqua del Tevere o delle tre bocche della Fontana di Trevi, per venderla poi durante il giorno, di porta in porta, per le strade di Roma.
Il Facchino era originariamente collocato sulla facciata principale di Palazzo De Carolis (attuale sede della Banca di Roma) in via del Corso, ma nel 1874 fu spostata sul prospetto laterale, in via Lata. Per la sua mirabile fattura il Vanvitelli, nel 1751, l’attribuì addirittura a Michelangelo, anche se il vero scultore fu Jacopo Del Conte, che la realizzò interamente in travertino su incarico della Corporazione degli Acquaroli. Il viso della statua è quasi completamente perduto, ma è ancora riconoscibile il costume della Corporazione. Su un’epigrafe scomparsa in occasione dell’ultimo trasferimento a via Lata, recitava: «Ad Abbondio Rizio, coronato [facchino] sul pubblico selciato, valentissimo nel legar fardelli. Portò quanto peso volle, visse quanto poté; ma un giorno, portando un barile di vino in spalla e dentro il corpo, contro la sua volontà morì».

Il Facchino – via Lata (angolo via del Corso).

 

IL BABUINO
La statua del Babuino raffigura un satiro in forma grottesca che adorna la fontana a vasca situata appunto in via del Babuino, davanti alla Chiesa di S. Attanasio dei Greci. Una statua talmente brutta e deforme, da poter essere paragonata ad una scimmia, che influenzò fortemente la fantasia dei romani: il babbuino, appunto, divenuto così famoso da tra il popolo da determinare il cambiamento dello stesso toponimo della strada, che da via Paolina mutò appunto in via del Babuino.
Lungo via Paolina papa Pio V, nel 1571, concesse l’utilizzo di alcune once d’acqua del nuovo acquedotto Vergine al palazzo del nobile Alessandro Grandi, il quale fece realizzare, in onore del Pontefice, una fontana ad uso pubblico, addossata alla facciata del palazzo.
Nel 1877 l’intero complesso venne smembrato a causa dei lavori per la costruzione della rete fognaria. La vasca fu utilizzata per un’altra fontana in via Flaminia, mentre la statua venne riposta all’interno del palazzo ex Boncompagni. Dopo quasi un secolo, una campagna di recupero voluta da alcuni cittadini romani nel 1957 fece sì che il babbuino tornasse nella via che della statua aveva preso il nome, sempre come elemento decorativo dell’antica vasca, anch’essa recuperata, dove un tempo si abbeveravano i cavalli. Nel 2007 un’inferriata sorretta da due colonnine in pietra è stata posta intorno alla statua per difenderla da possibili atti vandalici.

Il Babuino – Via del Babuino

 

Cristiana Pumpo
 


Invia questo articolo