Alla ricerca della prima dipendente del Comune di Roma

Tematica: Cultura - Alla scoperta di Roma

8 marzo 2024

 

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Roma Capitale è sempre più rosa. Su un totale di circa 22mila dipendenti di ruolo, a febbraio 2024 ben il 71% è composto da donne.  Un’Amministrazione capitolina a forte e prevalente trazione femminile che certifica un trend in costante crescita negli ultimi anni: basta leggere i dati del 2010 quando rappresentavano il 66% del personale. In occasione della Giornata Internazionale della Donna dell’8 marzo ci è balenata l’insolita idea, a metà tra il lavoro del cronista e quello di uno strambo Indiana Jones del terzo millennio, di trovare e raccontare la “prima dipendente” del Comune di Roma. La capostipite di quell’universo femminile che è da tempo fondamento e traino dell’Amministrazione comunale e dei servizi al cittadino.

Un compito che si rivela, fin da subito, non facile. Inconcludenti le telefonate a dipartimenti e uffici, le ricerche sul web, le consultazioni di archivi digitali. Contraddittori i risultati ottenuti tramite i moderni strumenti di AI: se per ChatGTP “La prima dipendente del Comune di Roma è stata Elena Vallone, assunta nel 1909 come archivista. Ha lavorato presso l'Ufficio di Stato Civile del Comune di Roma”, per Gemini di Google “identificare la prima dipendente del moderno Comune di Roma è un’impresa ardua per scarsa documentazione”, suggerendo come approccio quello di una ricerca storica-archivistica.

 

Corroborati anche dal consiglio dell’intelligenza artificiale, spostiamo la nostra attenzione e le nostre ricerche presso il complesso monumentale dell'Oratorio dei Filippini che ospita l’Archivio Storico Capitolino, luogo d’elezione per la conoscenza della storia della nostra città. Davanti ad una mole imponente di volumi, atti, documenti, verbali il dilemma fondamentale diventa cosa, ma soprattutto dove concentrare attenzione e ricerche: nell’Archivio della Camera Capitolina, quello che conserva gli atti relativi all'amministrazione comunale, dal Rinascimento fino alla riforma di Pio IX del moderno Comune di Roma del 1847? In quello del Comune pontificio, dal 1847 al 1870, o in quello postunitario, fino ai giorni nostri? Ci si affida in parte al caso e in parte a semplici criteri di esclusione: si compilano i form di richiesta e si attendono i fascicoli nella Sala Ovale, scenografica sala di consultazione dominata al centro da un monumentale camino.

 

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Il sindaco Luigi Petroselli, in Campidoglio, durante i festeggiamenti in occasione dell'8 marzo -

Archivio Storico Ufficio Stampa

 

 

Dopo un paio di tentativi non proficui, arriva un fascicolo di documenti relativi al 1868. Aprendolo una impalpabile nuvola di polvere secolare intasa le narici, all’interno una serie di lettere di varie dimensioni, rigorosamente scritte a mano, dal linguaggio pomposamente burocratico, spesso indecifrabile, pieno di ossequiosa deferenza, relativi a questioni di personale (avanzamenti di carriera, richieste d’impiego, “ballottazione”). Insieme alle lettere, un piccolo fascicolo di sei fogli protocollo fittamente scritti. Sei fogli zeppi di nomi, 320, vergati con stile nitido, senza sbavature e con una scrittura – fortunatamente – leggibile e abbastanza uniforme. Il titolo ci illumina. “Elenco per ordine alfabetico degl’Impiegati, ed altri addetti all’Amministrazione del Comune di Roma”. L’anno è 1868, la data del 26 febbraio è corretta con un tratto di penna in 7 marzo. Ovvero poco più di vent’anni dalla nascita del moderno Comune di Roma. Nell’ottobre del 1847 infatti, Pio IX con un motu proprio riformò l’amministrazione comunale creando un Consiglio deliberante formato da cento consiglieri ed a una Magistratura esecutiva, composta da un Senatore e da otto Conservatori. Vennero demandate al nascente Comune molte competenze fino ad allora esercitate a livello centrale. In particolare nei settori dei pubblici spettacoli, dell’annona, del commercio e dell’industria (controllo su fiere, mercati, campi; patenti; pesi e misure), della polizia e dell’organizzazione sanitaria, del controllo dell’edilizia, della manutenzione degli acquedotti e delle strade, dei servizi cimiteriali, di illuminazione e nettezza urbana, stato civile e statistica.

 

Nemmeno il tempo di assaporare la scoperta che l’occhio cade repentino sull’ultimo documento del fascicolo, dall’insolita copertina azzurra. E’ la versione a stampa, ufficiale, dell’Elenco di cui sopra aggiornato al “15 marzo 1868”: gli impiegati ed altri addetti qui diventano 322, di cui 24 “provvisori”. Di ogni persona viene indicata ruolo e professione all’interno dell’Amministrazione. E’ un tuffo diretto nel “nostro” passato. Uno sguardo, tra l’emozionato e il curioso, ai Pronipoti della grande famiglia capitolina.  A figure apicali come l’avv. prof. Filippo Gioazzini, giureconsulto comunale, Camillo Pitraccini, soprintendente comunale al Campo Boario e Mattatoio; il Conte Virginio Vespignani, architetto comunale; Luigi Saracini, Commissario capo; Alessandro Tofanelli, direttore del Museo, Galleria (dei quadri) e Protomoteca; Camillo Vitti, archivista dell’Archivio capitolino, notaro del Campo Boario, attuario dei tribunali giurisdizionali di annona e grascia; si affiancano figure professionali amministrative (amanuensi, computisti, scrittore di segreteria, aggiunti, cassieri), tecniche (ingegneri, architetti, ispettori sanitari, delle dogane, stradali), esecutive e ausiliarie (commessi, custodi, portieri, giardinieri, facchini).

 

Eccoli qui, uno dopo l’altro, i vari Gaetano, Pancrazio, Luigi con le loro mansioni che oggi ci fanno quasi sorridere. Lavori per la gran parte scomparsi, portati via dalla storia, dall’urbanizzazione, dalla modernità. E’, quella del 1868, una Roma ancora tutta racchiusa nelle proprie mura. Il Comune vive dei proventi di tasse, come quelle sulle acque degli acquedotti Vergine, Felice e Paolo, sui cavalli di lusso, vie urbane, cloache, vigne e orti suburbani; e di dazi, di mattazione, di consumo, della pesa nonché l’appalto della neve. Di grande importanza erano allora figure come il grascere, l’addetto al dazio che esaminava gli animali destinati al macello e ne fissava il prezzo, il cassiere della tassa cavalli, i bollatori del Mattatoio e della dogana dei pesi e misure, i pesatori nei mercati e nelle dogane. Per l’appalto della neve – i frigoriferi erano molto al di là dall’esser solo pensati – erano preposti tre ministri per i pozzi di neve rispettivamente di Rocca di Papa, Rocca Priora e Monte Flavio. Ogni acquedotto aveva il suo fontaniere responsabile e un assistente.

 

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"Archivio Fotografico, foto n. 2146 - su concessione della Sovrintendenza Capitolina - 

Archivio Storico Capitolino"

 

 

Il Comune aveva anche alcune responsabilità nel settore sanitario: ecco che nelle fila del personale capitolino troviamo il chirurgo di famiglia, tre professori per l’inoculazione del vajolo e ben undici professori sanitari dei pubblici spettacoli che collaboravano con l’ispettore dei palchi scenici dei teatri.

Numerosi sono i commissari e ispettori stradali che si affiancano all’ispettore battistrada, a quello delle legnare e ai forni. Colpisce la percentuale di lavoratori presso il Mattatoio (18 fra addetti, come il fuochista della tripperia, veterinari, custodi) e al mercato di Foro Agonale a piazza Navona (17 tra pesatori ed ispettori). Incuriosiscono professionalità sparite come l’ispettore tecnico per le girandole, l’esperto fisico per l’illuminazione a gas e il verificatore per l’illuminazione. Non mancano, per i palazzi del Campidoglio, gli addetti al cerimoniale: da Alberto Bertarelli, Gentiluomo del Senato, a Pietro Rondanini, Maestro di camera del Senato, da Gaetano Comini, Maestro dei paggi, al Guardia-Portone Pancrazio Smid, fino agli otto Fedeli (di Vitorchiano) capitanati dal decano Sante Staccioli, per finire con Niccola Amelia, che nell’elenco viene definito semplicemente come cameriere. C’è spazio, tra i dipendenti capitolini, anche per i musicisti con l’organista, la prima trombetta e la trombetta soprannumero.

 

Ed infine, e qui siamo finalmente al ritrovamento più emozionante e sorprendente, c’è lei. L’eccezione singolare, l’unica, la sola donna “comunale” tra 321 colleghi uomini: Vincenza Belardi, che, come recita l’elenco ufficiale del marzo 1868, svolgeva il suo lavoro come Fontaniera custode del punto pubblico lavatojo in via della Coroncina. Una via, vedi il caso, oggi scomparsa. La strada, che si trovava nel rione Monti all’altezza di via S. Martino ai Monti, fu assorbita nel novembre del 1871 da via Merulana, e doveva il suo nome da un’immagine, custodita in una nicchia di una casa, della Madonna detta appunto della Coroncina. Di Vincenza non abbiamo altre notizie, ricerche all’Anagrafe non hanno dato risultati perché, con molta probabilità, Belardi era il suo nome da coniugata.  Molto probabilmente non sapremo mai chi, storicamente, fu la prima dipendente del Comune di Roma, ma ci piace immaginare Vincenza, con il suo gentile lavoro d’altri tempi come la “mamma” di tutte le colleghe capitoline. Di certo è che in questi oltre 150 anni, usando una metafora adatta al caso, ne è passata di acqua sotto i ponti del Tevere per la condizione, l’inclusione lavorativa e professionale e il ruolo, fondamentale e imprescindibile, delle donne dell’Amministrazione di Roma Capitale.

 

 

M.D.A.

 

 

 

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