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Giardino dei Giusti dell'Umanità in Roma

Biografie dei Giusti - Dediche 2021

RAFHAEL LEMKIN (1900 – 1959)

RAFHAEL LEMKIN

Nato nel 1900 nella Polonia orientale da genitori ebrei, ha dedicato la vita all’obiettivo di sanzionare i genocidi e impedire che si ripetano. Da bambino, in Polonia, è colpito dai racconti della madre su storie di eroismo, di sofferenza e di lotta, e subisce direttamente la discriminazione dell’origine ebraica. Sviluppa presto la volontà di proteggere gli innocenti e i deboli e il desiderio di un mondo migliore, che - dirà più tardi - “ha innescato una reazione a catena” nella sua mente. Durante l’adolescenza Lemkin viene a conoscenza dello stermino del popolo armeno da parte del governo turco. Oltre un milione di persone, compresi i bambini, sono eliminati nel corso di massacri e marce forzate. Ancora oggi la Turchia nega che si sia trattato di un genocidio e pochissimi colpevoli sono stati portati davanti alla giustizia. “Sono rimasto scioccato”, scrive Lemkin. “Perché uccidere un milione di persone è meno grave di ucciderne una?”. Nella sua coscienza matura l’idea di creare un sistema sanzionatorio per questi tipi di reati, tutti ancora indefiniti e non codificati. Nell’ottobre del 1933, quanto Hitler sale al potere in Germania, Lemkin è un giovane ma già influente avvocato di Varsavia, con brillanti relazioni pubbliche e un grande talento in Diritto internazionale. Elabora la proposta di rendere crimine internazionale la distruzione di gruppi nazionali, sociali e religiosi e la invia a un’importante conferenza internazionale, dove tuttavia trova scarso sostegno, nonostante la gravità di ciò che sta accadendo in Germania contro gli ebrei, oggetto di una sistematica persecuzione orchestrata dagli stessi organi statali.

Quando, nel 1939, Hitler invade la Polonia, Lemkin sente che i suoi timori e sospetti più atroci stanno per prendere corpo. “Molta gente pensava che Hitler volesse solo mostrare i muscoli, ma io ero convinto che avrebbe portato a termine il suo programma” - scriverà più tardi. Mentre 40 membri della sua famiglia rimangono nella Polonia orientale e saranno sterminati dai nazisti, il giovane giurista riesce a raggiungere gli Stati Uniti, dove, tuttavia, è costretto a scontrarsi con l’indifferenza dei media e dei politici. Tenterà tutte le strade per uscire dal silenzio sul delirante disegno hitleriano della “soluzione finale”, compreso l’invio di una lettera personale a Franklin Delano Roosevelt, che gli risponderà invitandolo ad avere pazienza. Il governo americano respinge anche le richieste di alcuni gruppi ebraici di bombardare i lager. Lemkin tenta allora la strada della denuncia pubblica: scrive un libro in cui riporta nel dettaglio ciò che i nazisti stanno facendo e usa per la prima volta il termine genocidio, coniato dal greco genos (γ¿νος) per stirpe e dal latino occidere per uccisione, convinto dell’efficacia della comunicazione diretta e puntuale anche nelle definizioni; invece anche questa volta non ci sono reazioni e la Shoah viene realizzata senza ostacoli.

Finita la guerra, Lemkin fu consulente al processo di Norimberga dove le sue teorizzazioni sul genocidio e sui crimini di guerra furono fondamentali. Lemkin dedica ora tutti i suoi sforzi all’approvazione di una convenzione contro il reato internazionale di genocidio. Redige e corregge, ripensa e lima senza sosta il testo, contatta i delegati cercando di coinvolgerli personalmente, scrive ai leader del mondo nelle loro lingue (ne parla correntemente più di dieci) per ottenerne l’adesione.

Il 9 dicembre 1948 la Convenzione passa unanimemente all’Onu. Il grande, estenuante lavoro di Lemkin ottiene il risultato più alto. Sfinito dalla tensione e dall’enorme impegno profuso, il grande giurista si ammala gravemente e, nonostante due nomination al Nobel per la pace e altri importanti riconoscimenti nazionali e internazionali, muore in solitudine dieci anni dopo. Soltanto sette persone saranno presenti al suo funerale.

 

I RAGAZZI DELLA ROSA BIANCA

Ragazzi Rosa Bianca

 

 

 

 

 

La «Rosa Bianca» è il nome assunto da un gruppo di giovani universitari di Monaco di Baviera che si costituirono in un piccolo ma significativo movimento di resistenza all’interno della Germania nazista. Il gruppo era composto da 5 studenti: Hans Scholl, sua sorella Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni. In seguito si unisce a loro il professor Kurt Huber, musicologo e docente di filosofia, che stende gli ultimi due dei sei volantini diffusi dal gruppo. Gli  universitari antinazisti della "Rosa Bianca" operano a Monaco per circa un anno tra il 1942 e il 1943, sino all’arresto e alla condanna alla decapitazione dei suoi principali esponenti. In questi pochi ma appassionati scritti i giovani esortano i tedeschi a rifiutare la politica dittatoriale di Hitler attraverso la disobbedienza alle leggi del Reich e la riaffermazione dei principi di tolleranza e giustizia. I primi volantini della "Rosa Bianca" vengono spediti in un centinaio di copie a intellettuali e professori, lasciati in locali pubblici e gettati dai tram nella notte. Gli ultimi due sono distribuiti clandestinamente nei luoghi più frequentati dell’università di Monaco dai giovani del gruppo che non esitano a gridare e dipingere slogan antinazisti sui muri dell’ateneo. Proprio durante la distribuzione dell’ultimo volantino, Sophie sale al secondo piano per lanciare dalla balaustra i fogli e farli cadere sugli studenti che si affollano nell’atrio. Riconosciuta da un inserviente membro del partito nazista, è arrestata con il fratello. Stessa sorte, poco dopo, toccherà agli altri membri del gruppo. Sebbene tutti fossero studenti universitari, i ragazzi avevano fatto il servizio militare partecipando agli eventi bellici sia sul fronte francese che su quello russo dove erano stati testimoni delle atrocità commesse contro la popolazione civile e in modo particolare contro gli ebrei. Essi erano convinti che la guerra scatenata dal nazismo avrebbe portato alla distruzione e alla sconfitta della Germania. Il loro modo di pensare si era formato seguendo le tesi del Quickbo (Sorgente di vita), un movimento culturale fondato e seguito dal sacerdote di origine italiana Romano Guardini (1885-1968). La loro resistenza al nazismo si svolse principalmente all’interno dell’ambiente universitario della Baviera, riuscendo a stampare e distribuire clandestinamente sei volantini il cui contenuto avrebbe dovuto risvegliare la coscienza del popolo tedesco. Più la guerra si prolungava, più il gruppo della «Rosa Bianca» assumeva una posizione decisa contro Hitler, non solo distribuendo opuscoli all’interno dell’università, ma addirittura incollandoli sui cancelli di ingresso e dipingendo slogan anti hitleriani sui muri di Monaco e all’interno dell’edificio universitario. Scoperti da un bidello nazista, vennero arrestati dalla Gestapo, torturati e condannati a morte per decapitazione il 22 febbraio 1943 dopo un processo di poche ore.

SOPHIE SCHOLL (1921 – 1943). la "Rosa Bianca" che sfidò il nazismo, nacque  il 9 maggio 1921 a Forchtenberg, in Germania. Il padre, sindaco della cittadina, nel 1932 si trasferisce con la famiglia a Ulm dove fonda una società di consulenza fiscale. A 12 anni  Sophie è costretta a iscriversi alla Hitlerjugend. Sophie ha un legame molto stretto con il fratello maggiore Hans: nel 1937 viene arrestato dai nazisti perché sospettato di appartenere ai movimenti clandestini e Sophie soffre molto diventando sempre più contraria al regime hitleriano. Dotata di talento per la pittura, frequenta ambienti artistici e letterari antinazisti. Nella primavera 1940 ottiene la maturità e trova impiego come maestra d’asilo al Frobel Institute di Ulm-Soflingen. Spera così di poter evitare il lavoro obbligatorio imposto a chi vuole frequentare l’università ma, considerata la sua esperienza con i bambini, viene comunque costretta a servire come ausiliaria per sei mesi in un istituto statale di Blumberg. Potrà iscriversi all’Università di Monaco solamente nel maggio 1942. Qui entra nel giro di amicizie del fratello che studia Medicina. A Monaco, Sophie incontra persone che la spingono a riflettere sulla fede religiosa e sul comportamento che deve tenere un cristiano di fronte a una dittatura. Nel 1942 suo padre viene incarcerato per aver criticato pubblicamente l’operato di Hitler. Nello stesso anno Sophie entra nella “Rosa Bianca”, gruppo di studenti universitari antinazisti. Per il gruppo Sophie scrive e diffonde volantini che incitano alla resistenza non violenta contro il Terzo Reich. Il 18 febbraio 1943 viene arrestata con suo fratello mentre distribuisce l’ultimo depliant del gruppo. Il 22 febbraio è processata dal Tribunale del Popolo presieduto dal noto giurista del Reich Roland Freisler. Riconosciuta colpevole di tradimento, nello stesso giorno è ghigliottinata con Hans e l’amico Cristoph Probst nel cortile della prigione Stadelheim di Monaco.

Come ricorda il sopravvissuto del gruppo Franz Joseph Muller, “la Gestapo torturò Sophie Scholl per quattro giorni, dal 18 al 21 febbraio 1943. Sophie Scholl era la persona più forte all’interno del gruppo della "Rosa Bianca" (Die Weisse Rose ), la più determinata, la più sincera e la più attiva". Il cappellano del carcere che la vide poco prima dell’esecuzione testimonia che era senza paura, calma. L’uomo della Gestapo che conduceva l’interrogatorio le chiese alla fine: “Signorina Scholl, non si rammarica, non trova spaventoso e non si sente colpevole di aver diffuso questi scritti e aiutato la Resistenza, mentre i nostri soldati combattevano a Stalingrado? Non prova dispiacere per questo?” e lei rispose: “No, al contrario! Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena! "

 

DON GIOVANNI GREGORINI

DON GIOVANNI GREGORINI

Don Giovanni Gregorini fu parroco della chiesa romana di San Benedetto, presso il Gazometro dal 1942 al 1984, per oltre quarant'anni. Nel 1943, il trentenne don Gregorini aveva appena preso le redini della parrocchia di san Benedetto, quando si ritrovò a soccorrere un gruppo di ebrei in fuga dai nazisti durante la razzia degli ebrei di Roma, il 16 Ottobre del 1943; vennero accolti e ospitati fino al 3 marzo del ’44, quando la chiesa stessa fu bombardata e quasi completamente distrutta.

Il parroco don Gregorini accogliendo quelle persone disse: “E’ appena arrivato l’ordine di farvi entrare”. Una testimonianza che la S. Sede si mosse, poche ore dopo il rastrellamento, tanto da diramare alle parrocchie di Roma l’ordine di proteggere gli ebrei in fuga.

Attilio Di Veroli e gli altri membri della sua famiglia, insieme ad altre due famiglie e ad altri ebrei vennero accolti in chiesa, senza esitazioni, intrecciando un rapporto umano ed un’amicizia intensissima. Don Gregorini, in seguito, avrebbe avuto l’ingrato compito di riconoscere le salme dei fucilati alle Fosse Ardeatine accompagnando i familiari di Attilio e di suo figlio Michele, il più giovane martire dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, a riconoscere i corpi dei loro congiunti caduti per mano della barbarie nazista. La vicenda di don Gregorini, priva finora di riconoscimenti se non una targa posta nel dopoguerra dentro la chiesa, dalla Comunità Ebraica Romana, rappresenta un esempio particolarmente significativo di come, nell’ora più buia dell’umanità, ebbe inizio una nuova fase nei rapporti tra ebrei e cristiani, per una familiarità nuova e improvvisa, indotta dalle circostanze, in condizioni in cui una delle due parti era braccata e rischiava la vita. Tutto questo non è stato senza conseguenze “sull’avvio e sulla ricezione del dialogo”. Dopo i bombardamenti della guerra la chiesa di San Benedetto venne ricostruita, e don Gregorini continuò a esserne il parroco. Fu un sacerdote noto, riconosciuto per i suoi meriti pastorali, ma dei suoi meriti come salvatore degli ebrei braccati non sembra abbia raccontato molto. Forse, gli sembrava, come ad altri salvatori, di aver fatto il giusto e di non doversi vantare. Ma i riconoscimenti sono importanti, perché rappresentano un esempio per il resto del mondo oltre che una gratificazione per chi li riceve.

 

ELENA DI PORTO (1912 - 18 ottobre 1943 deportata ad Auschwitz; muore in luogo ignoto e in data non precisata)

Elena Di Porto, era un’ebrea del quartiere dell’ex ghetto di Roma, una donna povera, separata dal marito Cesare Di Porto, che lavorava a servizio per tirare avanti coi suoi due figli. Poco dopo l'introduzione delle leggi razziali ha una colluttazione con dei fascisti intenti a schiaffeggiare un ebreo; arrestata, viene assegnata al confino di polizia in Sicilia dal 1940 fino al 1942. Fu spostata da un luogo all’altro, sempre considerata come una persona dal carattere ribelle, un fastidio insomma. Dopo essere stata liberata dagli alleati, si trova a Roma nei giorni dell'armistizio dell'8 settembre 1943; organizza una squadra di giovani ebrei del ghetto di Roma, con loro assale un’armeria e combatte alla Cecchignola e a San Paolo. La sera della vigilia della razzia a Roma, piomba in ghetto gridando a tutti di mettersi in salvo. Lo racconta Giacomo Debenedetti nel suo 16 ottobre; “Giungeva invece nell’ex ghetto di Roma ...una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia. Non può esprimersi, l’agitazione le ingorga le parole, le fa una bava sulla bocca. È venuta da Trastevere di corsa”. Aveva avuto sentore della razzia ma non fu creduta. Il 16 ottobre, già in salvo, vede sua sorella con i suoi bambini su un camion nazista e vi sale per aiutarla.  Il 18 ottobre 1943 viene deportata da Roma ad Auschwitz con il convoglio del 18 ottobre 1943 partito da Roma; muore in luogo ignoto e in data non precisata. Elena Di Porto era nata a Roma l'11 novembre del 1912, figlia di Angelo e Grazia Astrologo.      

 

LE MADRI E LE NONNE DELLA PLAZA DE MAYO   

LE MADRI E LE NONNE DELLA PLAZA DE MAYO

Madri di Plaza de Mayo, organizzazione creata dalle madri dei dissidenti argentini scomparsi sotto la dittatura militare tra il 1976 e il 1983; prende il nome dalla piazza di Buenos Aires divenuta dagli anni Settanta luogo di incontro abituale delle donne, ogni giovedì, per ricordare i propri figli. In un primo momento le madri reclamarono il rilascio dei figli e in seguito chiesero che i responsabili fossero chiamati a rispondere della loro morte davanti alla giustizia. L'associazione è dedita all'attivismo nel campo dei diritti civili ed è composta da donne che hanno tutte lo stesso obiettivo: rivendicare la scomparsa dei loro figli e ottenerne la restituzione, attività che hanno svolto e svolgono da oltre un trentennio. I figli delle madri di Plaza de Mayo sono stati tutti arrestati e tenuti illegalmente prigionieri ("desaparecidos": letteralmente "scomparsi" in spagnolo) dagli agenti della polizia argentina in centri clandestini di detenzione durante il periodo passato alla storia come la guerra sporca, così chiamata per i metodi illegali ed estranei ad ogni diritto utilizzati dalla giunta militare, e la maggioranza di loro è stata prima torturata ed in seguito assassinata, e fatta sparire nella più assoluta segretezza.

Il loro emblema, un fazzoletto bianco annodato sulla testa, è il loro simbolo di protesta che in origine era costituito dal primo pannolino, di tela, utilizzato per i loro figli neonati. Il loro nome è originato dal nome della celebre piazza di Buenos Aires, Plaza de Mayo, dove queste donne coraggiose si riunirono per la prima volta e da allora, ogni giovedì pomeriggio, esse si ritrovano nella piazza e la percorrono in senso circolare, attorno alla piramide che si trova al centro, per circa mezz'ora. Iniziarono insieme le loro manifestazioni pacifiche di fronte alla Casa Rosada, ovvero il palazzo presidenziale argentino, il 30 aprile 1977. Azucena Villaflor de Vincenti venne in seguito arrestata e detenuta in una delle prigioni segrete dell'ESMA a partire dal 10 dicembre 1977.

Nonne di Plaza de Mayo è un'associazione fondata nel 1977 che si inserisce nello stesso contesto delle Madri, ma con un diverso obiettivo: identificare i tanti bambini nati durante gli anni della dittatura, che ancora neonati furono sottratti con la forza alle loro famiglie naturali e "dati in adozione" alle famiglie di gerarchi o amici del regime. Questi bambini, oggi adulti, sono cresciuti ignorando le proprie origini e il proprio passato. Per identificare le nonne materne dei piccoli orfani i cui genitori risultavano tra gli "scomparsi", si è ricorso, a partire dagli anni 2000, a test del DNA.

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