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Giardino dei Giusti dell'Umanità in Roma

Biografie dei Giusti - Dediche 2018

ETTY HILLESUM (1914 - 1943)

Motivazione.  Ebrea deportata ad  Auschwitz ; pur potendo rifiutò di salvarsi, seguendo il destino del suo popolo

Giardino_Giusti_Hillesum.jpgLa vita di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943, è diventata emblema del cammino di una donna che oltre tutti i fili spinati, interiori ed esteriori, ha voluto “pensare con il cuore”, alla ricerca di una sorgente molto profonda, il divino che è in noi, da riscoprire e liberare. Partendo da un proprio percorso di autoanalisi e di indagine spirituale Etty Hillesum scelse di confrontarsi con il dolore proprio e altrui, facendosi testimone delle miserie dell’esperienza del campo di concentramento. Si tratta di una scelta di resistenza esistenziale di fronte agli orrori del suo tempo, oltre l’odio alla ricerca di un senso “altro” di sé e della relazione con gli altri. Etty Hillesum entrò a lavorare nel 1942 presso il Consiglio Ebraico di Amsterdam, fatto che le avrebbe, almeno per un po’, evitato la deportazione. Ma dopo due settimane soltanto, si fece trasferire come assistente sociale a Westerbork, il campo di transito in cui gli ebrei olandesi venivano trasferiti e da cui partivano i convogli per Auschwitz. Nel settembre 1943 fu deportata con tutta la sua famiglia ad Auschwitz. Vi morì nel novembre, due mesi dopo. A renderla famosa fu, nel 1981, la pubblicazione del suo Diario e successivamente della raccolta delle sue Lettere, opere tradotte in tutto il mondo. Il video, costruito con immagini storiche di repertorio provenienti dalle Teche Rai, è arricchita con alcune sequenze tratte dallo spettacolo Etty Hillesum, la ragazza che non sapeva inginocchiarsi, libero adattamento di Gabriella Schina dal Diario e le Lettere di Etty Hillesum per la regia di Pia Di Bitonto, con l’interpretazione di Elisabetta Pozzi e la cantante Evelina Meghnagi. Questo spettacolo era compreso nel calendario di iniziative che hanno caratterizzato la rassegna Etty Hillesum. Diario 1941-1943 – Un mondo altro è possibile, promossa e organizzata nei primi mesi del 2002 dall’Istituzione Biblioteche del Comune di Roma e dal Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi Roma Tre. A seguire, Pippo Delbono, attore e regista, recita un riadattamento di un brano tratto dal diario di Etty; lo scrittore Erri de Luca commenta con parole intense ed efficaci alcuni passaggi del diario e ricostruisce gli ultimi attimi della vita di Etty.

Approfondimenti

http://www.raistoria.rai.it/articoli/etty-hillesum-la-vita/9499/default.aspx

https://it.gariwo.net/giusti/biografie-dei-giusti/shoah-e-nazismo/figure-esemplari-segnalate-da-gariwo/etty-hillesum-15620.html

 

ARMIN T. WEGNER (1886 - 1978)   

Motivazione. Militare tedesco; si appellò ai leader del suo tempo per fermare i genocidi contro gli armeni e gli ebrei

Giardino_Giusti_Wegner.jpgArmin Wegner (1886 – 1978) fu testimone del genocidio degli armeni, che documentò e denunciò, fra l’altro con una lettera pubblica al Presidente Wilson. Cercò inoltre nel 1933 di fermare, con una lettera ad Hitler, quello degli ebrei, con l’unico risultato di essere arrestato, torturato ed internato in diversi campi di concentramento. Liberati, visse in Italia. Armin Theophil Wegner discendeva per parte di padre, Gustav Wegner, da una famiglia di rigide tradizioni prussiane, mentre per parte di madre, Marie Witt, impegnata nei movimenti pacifisti di fine Ottocento, si formava ai valori della libertà e difesa dei diritti umani.  Le sue scelte erano orientate fin dalla giovinezza alla ricerca della verità su se stesso e sui rapporti umani e alle domande di fondo sul significato dell’esistenza. Le sue precoci esperienze di lavoro e i viaggi in Europa che compiva sospendendo per brevi periodi l’impegno di studio, lo portarono ad avvicinarsi ai circoli liberali e a porre, da subito, la sua creatività letteraria e poetica (pur avendo completato gli studi giuridici per volontà paterna) al servizio dell’impegno sociale.  In Armin Wegner l’attaccamento alla Germania fu sempre forte, ma non disgiunto da una vigorosa autonomia di pensiero cui mai rinuncerà, anche operando severe autocritiche quando i propri ideali venivano smentiti dai fatti. Durante la prima guerra mondiale fu inviato come paramedico in Turchia e poté assistere allo sterminio degli armeni, che cercò invano di denunciare. Lo fotografò e le sue immagini furono le prime che lo resero noto al mondo. Da alcune notazioni autobiografiche relative ad episodi della sua adolescenza è possibile ricavare i tratti di una personalità generosa, la capacità di un pensiero autonomo e risalire alle origini del suo impegno sociale. Sfidando il pericolo e senza esitazione, si era gettato nel Reno per salvare una ragazza; inoltre appartiene al periodo scolastico la scoperta di quanto fosse difficile per un ”diverso”, in questo caso un ragazzino ebreo, essere riconosciuto e accettato. In classe e fuori, durante l’intervallo, Armin Wegner si avvicinava a questo compagno, lasciato solo, ed era diventato il suo unico amico. Una relazione facilitata dal sentirsi entrambi esclusi.

Approfondimenti

https://it.gariwo.net/giusti/biografie-dei-giusti/metz-yeghern/giusti-del-muro-della-memoria-di-yerevan/armin-t-wegner-180.html

 

SALVO D’ACQUISTO (1920 - 1943)

Motivazione. vicebrigadiere dei Carabinieri, salvò dalla fucilazione 22 ostaggi autoaccusandosi di un presunto attentato e, per questo, fu ucciso dai nazisti

Giardino_Giusti_Dacquisto.jpgVicebrigadiere dei carabinieri (Napoli 1920-Palidoro, Roma, 1943). Arruolatosi volontario nell'Arma dei Carabinieri il 15 agosto 1939, divenne carabiniere il 15 gennaio 1940.  Nel dicembre 1942 fu destinato alla Stazione Carabinieri di Torrimpietra, all'epoca una borgata rurale extraurbana a una trentina di chilometri da Roma, lungo la via Aurelia. Dopo l'8 settembre 1943, a seguito dei combattimenti alle porte della Capitale, un reparto di SS tedesco si era installato nel territorio della Stazione di Torrimpietra, occupando una caserma abbandonata della Guardia di Finanza e sita nella "Torre di Palidoro" borgata limitrofa a Torrimpietra. In tale caserma, la sera del 22 settembre di quello stesso anno, alcuni soldati tedeschi, rovistando in una cassa abbandonata, provocarono lo scoppio di una bomba a mano: uno dei militari rimase ucciso ed altri due furono gravemente feriti. Il fortuito episodio fu interpretato dai tedeschi come un attentato. Mentre i tedeschi si apprestavano a fucilare 22 ostaggi, D’A. si dichiarò unico responsabile del sabotaggio, al quale era invece estraneo. Venne fucilato il 23 sett. 1943, mentre gli ostaggi furono rilasciati. Medaglia d’oro al valor militare, alla memoria.

Approfondimenti

http://www.raiplay.it/programmi/salvodacquisto/  

 

IRENA SENDLER (1910 - 2008)

Motivazione. Infermiera polacca, salvò circa 2.500 bambini ebrei

Giardino_Giusti_Sendler.jpgIrena nacque nel 1910 a Varsavia in Polonia. Quando nel 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale, lavorava in un servizio sociale e aveva soltanto 29 anni. Iniziò da subito a proteggere gli amici ebrei a Varsavia. Nel 1940 fu eretto il ghetto e Irena iniziò a entrarvi con vari pretesti: ispezioni per verificare potenziali sintomi di tifo, ispezioni alle tubature d’acqua. I pretesti variavano, ma lo scopo vero no: Irena iniziò a trasportare fuori dal ghetto decine e decine di bambini di tutte le età, per salvarli dalla morte certa che li attendeva. Nascondeva i neonati nelle casse del furgone, i bambini più grandicelli in sacchi di juta. Addestrò il suo cane ad abbaiare quando arrivavano i tedeschi, perché non potessero sentire i pianti disperati dei bambini che venivano separati dai loro genitori. Irena più volte in seguito ebbe a dire che in realtà i veri eroi erano quelle madri e quei padri che decisero di affidarle i loro bambini. La sua libertà di entrare e uscire dal ghetto le permise di convincere i genitori ad affidarle i bambini, affinché si potesse evitare loro la vita di stenti del ghetto con la speranza di poter riunire le famiglie in futuro. Alla fine Irena riuscì a salvare un numero molto alto di bambini, forse vicino ai 2000. Quanti viaggi avrà fatto per portarne fuori così tanti? Non tutti erano nel ghetto, molti erano anche negli orfanotrofi. Irena li prendeva e forniva loro una nuova identità, li affidava a famiglie e preti cattolici. Questi bambini ora sono adulti e, soprattutto, sono vivi. Ma il sogno di Irena era quello di restituire loro un giorno la famiglia d’origine. Nascose quindi per anni in barattoli di marmellata vuoti i fogli con i nomi delle famiglie d’origine, poi sotterrò i barattoli nel giardino. Ad un certo punto la Gestapo la catturò. Subì la tortura, le fratturano entrambe le gambe e le braccia. Irena riuscì a non rivelare il suo segreto. La condannarono a morte, ma la resistenza polacca attraverso l’organizzazione clandestina ZEGOTA riuscì a salvarla, corrompendo alcuni soldati tedeschi. Cosi alla fine della guerra questi preziosi barattoli furono recuperati da Irena e utilizzati per ricontattare i bambini. Le loro famiglie erano state sterminate e nella maggioranza dei casi il ricongiungimento non fu possibile. Nel 1965 fu nominata dallo Yad Vashem di Gerusalemme tra i “Giusti tra le Nazioni” e nel 1983 un albero fu piantato nel giardino dello stesso museo in Israele in suo onore. La storia di Irena è stata per anni dimenticata dall’opinione pubblica, ma è stata riscoperta e resa nota nel 1999 da un gruppo di studenti del Kansas che hanno fondato un progetto di sostegno alla conoscenza pubblica di questa vicenda. “Life in a Jar” è diventato uno spettacolo, un libro e un dvd. La storia di questo progetto si trova sul sito www.irenasendler.org. Nel 2007 Irena ottenne una nomination per il Nobel per la Pace, ma non le fu assegnato perché una regola per l’assegnazione del Nobel richiede di aver effettuato una qualche attività meritoria nei due anni precedenti alla richiesta. Nel caso di Irena le azioni meritorie risalivano tuttavia a molti anni prima. Nel 2007 fu proclamata dal Senato polacco eroe nazionale. Il 12 maggio 2008 questa donna, dal viso dolce e paffuto, si è spenta a Varsavia. Questa è una storia che il cinema potrebbe raccontare, perché è un pezzo della memoria pubblica della Shoah che tutti dovremmo conoscere. Negli ultimi decenni il cinema ha contribuito in modo decisivo ad iscrivere nel discorso pubblico italiano e internazionale alcuni pezzi di storia dell’Olocausto che altrimenti non avremmo mai conosciuto. In seguito, ai film su Oskar Schindler e sul caso di Giorgio Perlasca - il falso console spagnolo che a Budapest salvò migliaia di ungheresi di religione ebraica - la nostra conoscenza pubblica della Shoah è radicalmente cambiata. Il modo in cui possiamo parlare e ricordare uno dei momenti più bui del passato europeo è mutato. Accanto alle rappresentazioni del carnefice feroce nazista e delle vittime ebree e non, abbiamo potuto collocare nuove immagini, nuove figure – quelle di chi non ha voluto stare a guardare, quelle di chi non ha permesso che accadesse, quelle di chi ha deciso di rischiare e resistere. Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Irena Sendler sono uomini e donne che hanno saputo riconoscere a se stessi il potere e la forza di cambiare il destino e l’hanno semplicemente fatto, accettando di correre i rischi e di pagare i costi che le loro scelte comportavano.

Approfondimenti

http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2012/06/22/la-vita-in-un-barattolo-irena-sendler-e-il-destino-di-2500-bambini-ebr/8397/

http://www.dailymotion.com/video/x9qtu9

https://it.wikipedia.org/wiki/Il_coraggio_di_Irena_Sendler

 

MOHAMED NACEUR (HAMADI) BEN ABDESSELEM  

Motivazione. Guida turistica; per avere salvato 45 persone nell'attentato al Bardo del 18 marzo 2015

Giardino_Giusti_Naceur.jpgMohamed Naceur ben Abdesslem (Hamadi) inizia a fare la guida turistica in Tunisia negli anni ’70. Studia italiano e lavora per diversi tour operator nel Paese. Tornato in Tunisia dopo aver accompagnato gruppi di turisti italiani in molti paesi africani, si dedica alle escursioni per Costa Crociere e MSC. Arriva così il 18 marzo 2015. Il programma dell’escursione prevede la visita al Museo del Bardo di Tunisi. Il gruppo accompagnato da Hamadi arriva al Bardo intorno alle 11. Dopo circa un’ora, si sente la prima sparatoria.  “Non ho pensato subito a un attentato - racconta la guida - non mi sembrava possibile. Credevo invece che fosse un’esercitazione militare, perché vicino al Museo c’è una caserma. È stato uno dei turisti a dirmi “ti sbagli Hamadi, è proprio un attentato”, e poco dopo abbiamo visto una pallottola passare vicino a noi nella sala di Virgilio”. A quel punto Hamadi conduce i 45 turisti verso le scale che portano all’amministrazione. Da lì il gruppo esce all’esterno del Museo, attraversa il parco e raggiunge la questura del Bardo, dove trova rifugio. Chi ha seguito Hamadi è riuscito a salvarsi.  Due minuti dopo la fuga del gruppo italiano, tuttavia, i terroristi sono entrati nella sala di Virgilio e hanno ucciso nove persone. Dopo l’attentato, Hamadi è tornato al suo lavoro. Quando accompagna i (pochi) turisti nelle sale del Museo, rivede sempre le immagini di quel terribile 18 marzo. Il 15 luglio 2016 un Giardino dei Giusti è stato creato all’interno dell’Ambasciata italiana a Tunisi e un albero è stato piantato per Hamadi, nominato Giusto dell’umanità.

https://it.gariwo.net/giusti/biografie-dei-giusti/resistenza-al-fondamentalismo/figure-esemplari-segnalate-da-gariwo/mohamed-naceur-hamadi-ben-abdesslem-15273.html

 

 

 

 

Link esterni
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